Recensioni

Quando Ridley Scott annunciò la lavorazione di Napoleon, apparve immediatamente chiaro come questo si andasse ad allineare nella vastissima e variegata filmografia di un autore che ha sempre raccontato per immagini non solo le ossessioni, ma soprattutto quelle capaci di disumanizzare completamente l’essere umano. Era così già nel fragoroso debutto de I duellanti, dove la sfida iniziale tra i due protagonisti del film – guardacaso ambientato nell’anno dell’ascesa al potere di Bonaparte in Francia – finiva per trascinarsi in maniera sempre più insensata e sconsiderata, svuotando completamente il raziocinio di entrambi e dove a soccombere non sarebbe stato il loro corpo ma lo spirito del tempo.
Costruttore di mondi, prerogativa derivata dall’esperienza negli spot pubblicitari (celeberrimo quello per Apple che citava 1984 di George Orwell), Scott è da sempre abile in quello che oggi definiamo “world-building”, ovvero la costruzione prima di tutto di un immaginario tangibile che non sia soltanto al servizio di storia e personaggi ma che assuma un ruolo alla pari di questi ultimi. Lo abbiamo sperimentato nel capolavoro Blade Runner così come nel precedente Alien, ma potremmo citare il resto della sua filmografia, tra cui 1492 – La conquista del paradiso, Il gladiatore, Le crociate, Robin Hood, The Last Duel e via dicendo.
Il mondo di fine Settecento e inizio Ottocento non solo è centrale in Napoleon ma costituisce di fatto la chiave di lettura della storia stessa: il passaggio dall’Ancien Régime al periodo della Rivoluzione, dal Terrore alla restaurazione. Il filo conduttore? Napoleone Bonaparte, da giovane ufficiale dell’esercito a leader rivoluzionario, da console della Repubblica e Imperatore di Francia, fino alla disfatta di Waterloo e all’esilio a Sant’Elena dopo il periodo dei 100 giorni dalla fuga dall’isola d’Elba.
La mise-en-scène di Scott fa un lavoro enorme dal punto di vista della costruzione per immagini, dai set della Francia dell’epoca ai campi di battaglia (le sequenze puramente di guerra sono tra le più sorprendenti e coinvolgenti degli ultimi anni), dalla ricostruzione degli interni alla scelta di una fotografia che predilige le tonalità più grigie volte a esaltare l’estrema incertezza – politica e umana – dei tempi raffigurati. A peccare, purtroppo, è semmai la ricerca psicologica dietro i personaggi, che in più di un’occasione quasi si confonde con il paesaggio circostante non emergendo mai in maniera solida e per questo in grado di scardinare e compromettere le linee guida di un racconto le cui motivazioni appaiono fumose per tutta la sua durata. Napoleone è storicamente una figura ambigua e contraddittoria, ben più di quanto non lo fosse la sua epoca. Perfino gli storici concordano nel dire come spesso le parole di Napoleone erano dettate dalla necessità del momento e soprattuto dai bisogni dell’esercito, al quale rimarrà legato fino alla fine.
Probabilmente ostacolato dai bruschi tagli al montaggio per ridurne la durata complessiva per la distribuzione in sala (su Apple TV+ arriverà in streaming la versione integrale da quattro ore), è come se il Napoleon di Scott soffrisse di una tremenda schizofrenia narrativa, dove ciascuna delle parti non riuscisse a confluire mai nell’altra. Così, se da un lato le lunghe sequenze sui campi di battaglia appaiono magistrali, i battibecchi e i capricci della coppia Napoleone-Giuseppina esagerano e fanno sprofondare la narrazione in modo sempre più grottesco (cui va aggiunta la recitazione sopra le righe di Joaquin Phoenix e Vanessa Kirby). Costituendo il nucleo centrale del discorso imbastito da Scott, questa incertezza – ambiguità e contraddizione di base se vogliamo – rende parecchio incomprensibile il senso di un biopic sul personaggio nel 2023, proprio perché le scelte registiche e narrative rifuggono qualsiasi tentativo di rilettura della vicenda secondo canoni contemporanei.
Non era stato così, ad esempio, nella ricostruzione attuata da Tutti i soldi del mondo e nemmeno nel criticatissimo House of Gucci, dove le contraddizioni tra la sfera pubblica e quella privata costituivano non solo il nucleo stabile e fondante dell’impalcatura visiva, ma permettevano alle due opere di dialogare direttamente con il nostro presente.
Un dialogo che in Napoleon non viene mai instaurato e dove anche la suggestione secondo la quale tutto ciò che vediamo in scena sia frutto di una rielaborazione fantasiosa del suo Protagonista (d’altronde il Napoleone di Phoenix è presente in quasi ogni sequenza), seppur allettante, è tradita dall’eccessiva compostezza formale che non abbandona mai l’inquadratura. Scott, pur regalando immagini e sequenze degne di un grande ritratto, fallisce così nel tentativo di risolvere l’enigma di un (piccolo grande) uomo arroccatosi all’interno del suo stesso mito.
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