Recensioni

Per lungo tempo, nei mesi precedenti all’uscita del film, Ari Aster non ha fatto altro che ripetere che Beau is afraid (in Italia Beau ha paura) è completamente diverso dai suoi precedenti film. Senza dubbio questo non è un horror, almeno non nel modo con cui lo erano Hereditary e Midsommar, ed è anche più lungo e meno lineare. Ma c’è un filo che lega le tre pellicole, ed è il tema della famiglia e del lutto. Tanto che viene da domandarsi quale infanzia turbolenta abbia avuto il regista newyorchese, nato da madre poetessa e da padre batterista, entrambi ebrei americani.

Anche il suo esordio alla regia e tesi di laurea di Aster all’AFI Conservatory, il cortometraggio The Strange Thing About the Johnsons, raccontava in maniera controversa una storia di incesto e abusi. Ma ufficialmente non si hanno notizie di traumi, violenze o lutti nella sua famiglia, se non che Ari Aster ha mostrato un interesse precoce per gli horror. Una passione che lo ha aiutato a diventare uno dei registi più interessanti nel panorama, nonostante i pochi film all’attivo.

Sia Hereditary che Midsommar erano pervase dal senso di morte e dal buio che inghiotte i familiari sopravvissuti a delle tragedie improvvise, ma Beau ha paura ha molti più contatti con il primo film. In Hereditary era la figlia minore Charlie a morire in un tragico incidente che coinvolgeva suo fratello, Peter (Alex Wolff), e la madre (Toni Collette) ritrovava il cadavere della figlia in macchina, senza testa. Qui invece Joaquin Phoenix intraprende un viaggio per raggiungere il funerale di sua madre, morta schiacciata da un lampadario, e anche la sua testa non c’è più.

Quando il protagonista Beau torna a casa, a veglia funebre conclusa, una bara aperta in mezzo a una casa vuota mostra un corpo con il capo mozzato. Dettagli gore a parte, Beau e Peter sono legati prima di tutto dal senso di colpa, e la scena iniziale di Beau ha paura ce lo dice in maniera abbastanza esplicita: durante un colloquio con il suo psicoterapeuta, che sul suo taccuino annota “senso di colpa”, il personaggio di Joaquin Phoenix racconta dell’imminente visita a sua madre, mentre il dottore lo incalza con strane domande con il rapporto con il genitore.

Questa prima parte del film funziona molto bene, perché è lineare e compatta nonostante il tono surreale e tragicomico che la pellicola assume fin da subito. Dopo l’appuntamento dallo psicoterapeuta Beau torna a casa, e il solo salire al suo appartamento si rivela essere un’esperienza straniante. Quando sta partire, qualcuno gli ruba le chiavi e la valigia e Beau comunica a sua madre che non potrà raggiungerla, ma lei alza un muro, rivelando così la natura di un rapporto tossico. Poi una telefonata gli comunica che sua madre è morta. E da lì inizia il suo viaggio, fatta di allucinazioni e paranoie, di incontri e scontri, dove la realtà è alterata dalla malattia, dai farmaci e, ancora, dal senso di colpa che sua madre ha instillato in lui.

Più che di viaggio si parla di una vera e propria odissea, e questa storia del racconto omerico prende tutto: le sue streghe, i suoi demoni, le sirene, i suoi incontri che lo incatenano e lo fermano dal raggiungere la sua Penelope. O almeno, questo racconta la percezione della storia di lui, perché gli altri, quelli che arriveranno dopo, vedranno in lui una volontà diversa e tutto si fa più confuso. Ma se la verità ce l’ha in tasca Beau o la madre manipolativa poco importa: ciò che resta vero è la natura tragica di un uomo la cui vicenda è davvero difficile da sostenere. Perché se la prima parte funziona bene, la seconda vacilla. Sarà che a quel punto lo spettatore è stato già spremuto abbastanza, sarà che ciò che accade sullo schermo (come la sequenza di Beau nel bosco) è meno interessante.

È difficile soprattutto per chi non è fan del surrealismo, motivo per cui definire questo film semplicemente “horror” è riduttivo. Molte delle pellicole che fanno ricorso al surrealismo sanno essere terrificanti, e parlano a una parte ancestrale di noi (forse per questo reagiamo alle pellicole di Jodorowsky o Roy Andersson proprio come se stessimo guardando un film dell’orrore). Il primo riferimento che viene in mente, forse, è Charlie Kaufman per l’angoscia e il tono surreale che caratterizzava pellicole come Synecdoche, New York o Anomalisa (ma anche Michael Gondry, il regista di Eternal sunshine of the spotless mind, sceneggiato da Kaufman). C’è anche un po’ di Lynch nelle creature mostruose che si nascondono in soffitta e che Beau affronta, in una sorta di processo freudiano.

Ma qui c’è anche la commedia nera, c’è una forma ibrida con l’animazione, tutte cose che rendono lo stile di Ari Aster molto personale. Lo dice anche Martin Scorsese, che alla fine di una proiezione di Beau is afraid ha paragonato la pellicola a Barry Lyndon (anche lui protagonista di perizie) di Stanley Kubrick: “Odiavo quel film, e vent’anni dopo non riesco a smettere di guardarlo. Come allora, è una questione di originalità”.

La scena che riassume comicità e assurdità è quella in cui Beau perde la verginità sul letto di sua madre e scopre finalmente la verità sulla maledizione che lo tormenta fin da bambino. Sua madre, infatti, gli ha raccontato che il padre di Beau è morto la prima notte di nozze, durante il primo orgasmo della sua vita, proprio come i suoi avi maschi prima di lui (forse perché è possessiva). Quella sera, però, Beau sopravvive, e da lì hanno avvio una serie di peripezie grottesche. Il tutto mentre in sottofondo Mariah Carey canta Always Be My Baby. Una scena di sesso bizzarra di cui si parlerà ancora per molto, probabilmente (era dai tempi della scena di sesso tra Elizabeth Berkley e Kyle MacLachlan in Showgirls che non se ne vedeva una così).

E alla fine, quale destino spetta Beau? Ari Aster conclude il film in maniera anti climatica, con un confronto tra madre e figlio in un’arena, con degli spettatori, dove ancora una volta a scontrarsi sono due realtà non oggettive, difficili da decifrare. Da una parte c’è una madre che finge la propria morte e mostra i video di una finta veglia funebre in cui il celebrante ricorda a tutti che “lei amava suo figlio, che ha deciso di non essere qui”. Dall’altra c’è un figlio bugiardo, dispettoso, incapace di mostrare amore. Resta, ancora una volta, impotente e immutabile la tragedia di un uomo ridicolo, i cui occhi trasmettono bontà, solitudine, ma anche perdizione. Purtroppo, però, Ari Aster non riesce a veicolare lo stesso dramma esistenziale dei film assurdi di Charlie Kaufman, e probabilmente non era nemmeno il suo intento (forse sta diventando un piccolo Lars Von Trier in erba). Una cosa è certa: lui voleva mettere alla prova la pazienza dello spettatore, e di certo in molti hanno perso al gioco. Il gioco vale la candela? Nì.

In ogni caso, bravo Ari Aster che con questo film ha confermato che di lui continueremo a parlare nei prossimi anni, per la sua visione artistica incredibile e il modo con cui ci fa immergere totalmente nella psiche dei suoi personaggi.

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