Recensioni

Jean Paul Getty, magnate del petrolio e multimilionario americano, collezionava oggetti – opere d’arte soprattutto – che custodiva e amava più delle persone da cui era circondato (figli, mogli, collaboratori). Notoriamente avido e umanamente glaciale, Getty si rese suo malgrado protagonista delle vicende legate al rapimento del suo primo nipote John Paul Getty III, nel 1973, per mano della ’ndrangheta calabrese, rifiutandosi in seguito di pagare un riscatto pari a 17 milioni di dollari e mostrando una totale indifferenza al caso, nonostante le continue pressioni della nuora Gail. Fatta questa premessa, sembra ancora più interessante un dettaglio ripreso da Ridley Scott in Tutti i soldi del mondo, il film che traccia le linee guida della cronaca per confezionare un thriller piuttosto canonico e hollywoodiano: quella statuina di un Minotauro regalato dal nonno al nipote in tenera età. Creatura mitologica dal corpo metà uomo e metà toro, è un essere feroce che nella tradizione greca è solito divorare carne umana e abbattersi sui nemici con estrema rabbia. Un po’ come il petroliere ritratto sullo schermo da Christopher Plummer, quasi sempre immerso nelle atmosfere cupe e plumbee della fotografia di Darius Wolski (storico d.o.p. di Scott, ha firmato tra gli altri Prometheus, The Martian e Alien: Covenant). Insomma, un personaggio sgradevole e contraddittorio, facile da detestare ma – almeno nella resa cinematografica – incredibilmente complesso.
L’uscita di Tutti i soldi del mondo chiude un capitolo inedito della storia del cinema, che è forse l’argomento più dibattuto da quando ne è stata annunciata la produzione, con la trafelata corsa di Scott alla sostituzione del malcapitato Kevin Spacey (la cui performance viene cancellata e il nome rimosso dai credits dopo lo scandalo degli abusi sessuali) con Plummer, che ha rigirato ogni singola scena del collega. È evidente come, oltre la finzione del film, la storia reale del magnate voglia intrecciarsi pericolosamente con le sorti di un tiranno superiore, nella figura di Hollywood e dell’industria in generale, che punisce, divora e risputa i propri figli lasciando soltanto le ossa. Da Paul Getty, che non conosceva sensibilità né affetto verso un familiare, a chi annulla l’intero lavoro di un attore, il passo è davvero breve.
Ma torniamo alla pellicola, che come si menzionava prima segue pedissequamente il filone dei classici di genere tramutando la sceneggiatura di David Scarpa, tratta dal saggio di John Pearson All the Money in the World, in un episodio senza infamia e, purtroppo, senza ritmo. Troppo annacquato nella sezione centrale, il film riprende velocità negli ultimi venti minuti grazie al solito esercizio stilistico di Scott (un maestro di efficienza e praticità), eppure a fasi alterne durante l’eccessiva durata mostra i segni di una produzione zoppicante, indecisa se schierarsi dalla parte del sentimentalismo e delle vicende personali dei personaggi, o se invece puntare tutto sulla riflessione morale. Quanto vale una vita? Quanto sei disposto a pagare per riscattare qualcuno? Che valore hanno le persone? Domande per lo più risolte, ma che lasciano un leggero velo di insoddisfazione. Scott non poteva chiedere di più ai suoi attori, con il nostro plauso speciale a Michelle Williams (regina della discrezione e della recitazione quasi sottomessa), a uno script estremamente rigido e tradizionale e al suo modo di fare cinema da oltre mezzo secolo. Efficace sì, ma oggi davvero poco passionale e appassionato a ciò che racconta.
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