Recensioni

Al suo quarto lungometraggio Mike Mills è ormai universalmente riconosciuto come uno degli autori più rappresentativi della sua generazione. Anche se il suo nome potrà non dirvi poi molto, poiché si muove tra le pieghe sempre più indistinte del cinema indipendente americano, Mills ha saputo costruire negli anni una vera e propria poetica in grado di gravitare attorno ad alcuni dei temi più sofferti e contemporaneamente più battuti da tale cinema: dal rapporto conflittuale con l’altro sesso, al tema della genitorialità (contraddistinta da genitori spesso assenti), per non parlare del rapporto intergenerazionale (dove spesso i piccoli sembrano più maturi dei grandi).

Dall’esordio a Berlino con Thumbsucker, Mills ha poi proseguito il suo discorso con Beginners, per poi approdare a una maturità innegabile con Le donne della mia vita (che gli valse la prima nomination agli Oscar come sceneggiatore). Tra quest’ultimo e C’mon C’mon, anche la fondamentale esperienza con i National, per cui ha curato diversi videoclip tratti da I Am Easy to Find, oltre all’omonimo cortometraggio con protagonista Alicia Vikander. E proprio dal bianco e nero di quest’ultimo (e dalle musiche dei Dessner) riparte C’mon C’mon, storia di solitudini che si incontrano, di dolori e traumi da guarire, di distanze (mentali e fisiche) da colmare. Sorretto per quasi tutta la sua durata da Joaquin Phoenix, capace di donare al suo Johnny quello stesso terrore per il futuro che sta lentamente macerando intere generazioni in questa realtà tardo capitalista, C’mon C’mon è anche il primo passo falso in una filmografia (quella di Mills) che fino ad oggi sembrava reggere su un sottile equilibrio drammaturgico, dove la pretenziosità di certi temi non si infrangeva mai con la dura realtà.

Joaquin Phoenix e Woody Norman in “C’mon C’mon” (Mike Mills, 2021) A24

Come suggerisce anche la splendida review di Manhola Dargis del New York Times, l’errore madornale che Mills compie in questo suo artefatto e preciso quadretto famigliare è quello di invitare il mondo reale – che si identifica con le interviste fatte a ragazzi e bambini di estrazione sociale simile, chiamati a rispondere a domande esistenziali e a dir poco sconvolgenti – nelle dinamiche famigliari dei protagonisti, quelle sì drammaticamente lontane dall’uomo comune. La stessa caratterizzazione del piccolo Jesse – basata sulle esperienze personali del regista con il figlio – è fin troppo artificiosa e costruita per sposarsi in maniera fluida con quei momenti di intimità che dovrebbero essere il fulcro della pellicola. E invece, proprio le voci dei giovanissimi che Johnny intervista per lavoro sconvolgono l’equilibrio drammatico della storia, spostando tragicamente l’asse d’attenzione a loro favore e rendendo fin troppo evidente la trappola hipster dell’operazione.

Un vero peccato, anche perché con un cast che comprende anche la bravissima Gaby Hoffmann e la possibilità di costruire un discorso realmente sincero su una generazione perduta che ormai comprende sia gli adolescenti che gli adulti, era lecito aspettarsi grandi cose. Purtroppo, Mills si crogiola fin troppo a lungo in una bolla sentimentalista senza mai affondare veramente il colpo contro quella stessa società in grado di rubare letteralmente la capacità di immaginare un futuro.

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