Recensioni

Glass Onion è il brano con cui John Lennon si prende gioco di quei fan che credono all’esistenza di significati altri nella produzione dei Beatles («I told you about strawberry fields / You know the place where nothing is real»). Metaforicamente parlando, la cipolla di vetro è la canzone che viene sbucciata per rivelarne il contenuto segreto: l’ironia del testo deriva dal fatto che, proprio per il materiale di cui è composta, l’interno è già visibile dall’esterno, quindi non custodisce niente che debba essere riportato alla luce («looking through a glass onion»). Per quanto sfacciatamente sarcastica e accusatoria (il fan è definito un «fool on the hill» che cerca di «fixing a hole in the ocean»), la terza traccia del White Album (1968) non ha interrotto la diffusione delle ormai note teorie complottiste che vogliono Sir Paul McCartney morto l’anno prima in un incidente stradale e poi rimpiazzato con un sosia («Well, here’s another clue for you all / The walrus was Paul»). E questo è anche “colpa” della natura ammiccante e furba della canzone, il cui testo ambiguo riformula i versi di alcune canzoni contenute negli album pubblicati nel 1967, Magical Mistery Tour e Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band.

È abbastanza chiaro che Rian Johnson si è ispirato alla canzone dei Beatles per la trama del suo Glass Onion: Knives Out, sequel del fortunatissimo Cena con Delitto: Knives Out (2019). In pratica si potrebbe spiegare il film Netflix attraverso le parole di Lennon/McCartney. Tutto ha inizio con uno scemo sulla collina di nome Miles Bron (Edward Norton), multimiliardario capo di una nota azienda di tecnologie d’avanguardia, che durante il lockdown riunisce gli amici di una vita per un simpatico weekend col morto. Nel gruppo ci sono la senatrice Claire Debella (Kathryn Hahn), lo scienziato Lionel Toussant (Leslie Odom Jr.), la supermodella Birdie Jay (Kate Hudson) con l’assistente Peg (Jessica Henwick), lo streamer Duke Cody (Dave Bautista) e la fidanzata Whiskey (Madelyn Cline), e l’ex-socia Cassandra Brand (Janelle Monáe); a questi si aggiunge il detective più bravo del mondo, Benoit Blanc (Daniel Craig), ma nessuno sa perchè abbia ricevuto un invito. Il luogo per la finta cena con delitto è un’isola greca la cui altura rocciosa è occupata da una gigantesca villa che ha sul tetto la cosiddetta glass onion, ovvero una struttura sferica e trasparente dove Bron custodisce i beni più preziosi (che ne raccontano la storia, il successo, i progetti futuri). Ovviamente ci sarà un vero assassinio e spetterà a Blanc risolvere il caso.
Forte di una sceneggiatura di ferro scritta dallo stesso Johnson, Cena con delitto: Knives Out prendeva di mira l’estrema destra nordamericana svelando l’avidità e le ipocrisie di una famiglia di ricchi bianchi privilegiati (tre diverse generazioni). L’intreccio esplodeva quando veniva aperto il testamento del capostipite Harlan Thrombey (un grande Christopher Plummer), ritrovato con la gola tagliata all’inizio del film. Poco prima di morire, per un ultimo screzio verso una progenie di spietati arrivisti, il famoso scrittore di gialli aveva indicato la sua infermiera personale, una timida e gentile ragazza messicana (la bravissima Ana de Armas), come unica destinataria dell’immensa eredità di famiglia. Perciò quello che all’inizio sembrava un semplice caso di suicidio, era in realtà «un caso con un buco lì nel mezzo, una ciambella»; in lingua originale Benoit Blanc usa la parola donut, che richiama l’espressione whodunit (chi è stato?), un modo diverso per indicare il genere giallo. Invece in Glass Onion: Knives Out il regista statunitense attacca un altro tipo di privilegio, un altro tipo di ipocrisia, quello dei grandi geni della tecnologia che vogliono “salvare” il pianeta dai cambiamenti climatici e dai combustibili fossili (riparare un buco nell’oceano).

Con questo secondo capitolo di un’ipotetica trilogia di delitti (e relitti), Rian Johnson si diverte da morire a fare la parodia degli Elon Musk della situazione, proprio come aveva fatto Adam McKay con il grottesco sci-fi Don’t Look Up (2021). Infatti anche Glass Onion: Knives Out spinge sulla comicità satirica e si allarga su un piano mondiale (dal microcosmo familiare a quello dei potenti), senza perdere lo sguardo brillante su tematiche che appartengono al nostro presente. Questa volta il centro della ciambella non è il razzismo ma la smania di potere che, ironicamente, il regista accoppia a egocentrismo, ignavia, stupidità e vacuità (la cattiveria della sua penna è sempre divertente). Ogni personaggio che approda sull’isola ha un lato della personalità che lo rende ridicolo agli occhi di noi spettatori e dell’elegantissimo detective (queer) Blanc, visivamente spaesato e in imbarazzo per quasi tutto il film (Craig è fenomenale in questo ruolo, totalmente opposto al suo Bond); significativi i discorsi maschilisti dell’influencer di Bautista, l’aria da svampita della modella di Hudson, l’inadeguatezza dello scienziato di Odom Jr. o gli errori grammaticali del “genio” di Norton.

Forse, rispetto al suo predecessore, in Glass Onion: Knives Out si perde il piacere da “incastro perfetto”, dal momento che – come suggeriscono anche i Beatles – la risoluzione del mistero è ben visibile fin da subito, per quanto sia affascinante sbucciare la cipolla strato per strato («È così stupido da essere geniale»; «No, è solo stupido»). Non perchè Rian Johnson non sia stato in grado di creare un altro giallo intelligente o di mantenere viva la suspance, ma perchè gli indizi sono già tutti disseminati nella sua prima parte (quella più lunga, verbosa, conoscitiva) e il finale non è così potente in termini di effetto sorpresa: l’andamento del film infatti è molto più lineare di quanto ci si aspetti. Per questo motivo si consiglia di riguardare il film con occhi già istruiti, per notare come il regista abbia anticipato l’atto finale o come abbia cercato di distrarci dagli elementi importanti. Di sicuro, la seconda visione giustificherà l’estetica barocca e l’esagerazione con cui Johnson accumula cammeo, ammicchi, citazioni, effetti speciali, costumi, scenografie da sogno (quando invece Cena con delitto: Knives Out era abilmente “stretto” nella tipica magione da Cluedo).

Glass Onion: Knives Out non è certamente il film giallo in grado di trasformare le rigide regole del genere, per quanto ci provi ad essere qualcosa di diverso rispetto al passato remoto o prossimo (citandolo fino all’ossesso, come la post-postmodernità richiede). E, di conseguenza, Rian Johnson non è da considerarsi un «disgregatore» (si auto-definisce così Miles Bron), al massimo un nerd capace di vestire l’archetipo con le maschere contemporanee (ci aveva provato anche con il bellissimo Star Wars: Gli Ultimi Jedi); basti pensare al cambio di tono a metà film, quando entra in scena una hitchcockiana donna che visse due volte (o un sosia, come nel caso di McCartney). Perciò ad emergere sono una grande furbizia e una grande abilità di scrittura, accompagnate comunque da una regia precisa, attenta, giocosa, frizzante. Questo è sufficiente per un’opera che ha il compito di divertire in maniera spassionata, di far ridere di un mondo a cui praticamente nessuno può accedere… a meno che non si sia talmente stupidi da risultare geniali.
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