Recensioni

«Ho l’impressione che questo non sia il mio lavoro», dice preoccupato l’ansiosissimo astrofisico e docente universitario Randall Mindy (Leonardo di Caprio), un attimo prima di salire su un treno diretto verso il crudele, caotico e cinico mondo dei media. Il suo interlocutore è Clayton “Teddy” Oglethorpe (Rob Morgan), responsabile dell’Ufficio di Coordinamento della Difesa Planetaria: «deve solamente esporre i fatti. Rimanga sul semplice. Niente formule» gli risponde. L’incontro con la Presidente degli Stati Uniti, Jean Orlean (Meryl Streep), è fallito, la politica non è interessata all’arrivo della meteora che distruggerà il pianeta, quindi si è rivelato necessario trovare un modo alternativo (la televisione) per avvertire l’umanità dell’imminente catastrofe. Il problema è che il professore non sembra in grado di spiegare cosa accadrà, o almeno non nel modo più efficace per un’audience non competente («ma è tutto una formula…»). Per fortuna con Mindy si trova la sua ben più salda (per poco) dottoranda Kate Dibiasky (Jennifer Lawrence), colei che ha scoperto per caso l’arrivo del meteorite e che fin dall’inizio del film ha incarnato l’incredulo punto di vista dello spettatore: com’è possibile che nessuno prenda sul serio la terribile notizia?

Leonardo DiCaprio, Jennifer Lawrence. Still da “Don’t Look Up” (2021). Regia: Adam McKay

Nelle parole del comandante Oglethorpe sembra nascondersi il senso di Don’t Look Up, l’ultimo film diretto da Adam Mckay per Netflix. Forse complice la stessa piattaforma di streaming, data la vastità dei suoi iscritti, questa satira fantascientifica di kubrickiana discendenza (Il Dottor Stranamore, 1964) presenta una significativa semplificazione dello stile giocoso, frenetico, metatestuale del regista, soprattutto se paragonato ai due film che l’hanno consacrato tra gli autori più interessanti degli ultimi anni: La Grande Scommessa (2015) e Vice – L’uomo nell’ombra (2018). Considerabile come l’atto finale di un’ideale trilogia sul potere post-11 settembre, ad un primo sguardo Don’t Look Up appare come un mero «show del surreale» (per citare la dottoranda Dibiasky) al completo servizio dei divi e delle dive che compongono il cast. E in questo è sintomatico l’aver riempito il film, e l’analisi che fa della società contemporanea, di un cinismo talmente torbido e diabolico da cancellare ogni ambiguità o curiosa sfumatura: non c’è fascino o mistero in questa fine del mondo, solo una grande repulsione che ammanta ogni piccola speranza (il Capo di Gabinetto di Jonah Hill o lo space-cowboy di Ron Perlman sono simboli di tale scelta). Basti pensare invece a quanto divertivano gli sfigati anti-eroi che scommettevano contro Wall Street (una reinterpretazione dell’heist-movie à la Ocean’s Eleven di Steven Soderbergh), o a quanto era ipnotica la rapida scalata al potere del vicepresidente Dick Chaney (con il Riccardo III di William Shakespeare preso come linea guida). Ma proprio a causa di questa dichiarata semplicità Don’t Look Up riesce a colpire esattamente dove voleva colpire.

Ne La Grande Scommessa, per superare la quarta parete e ribadire la natura biografica della storia, la realtà irrompeva nella finzione cinematografica, si mescolava ad essa correndo comunque su binari paralleli; come dimenticare lo spiegone in vasca da bagno di Margot Robbie o quello di Selena Gomez davanti a un tavolo da gioco di un casinò. Invece in Don’t Look Up, così come era già stato in parte in Vice – l’uomo nell’ombra (grazie all’ennesima trasformazione fisica di Christian Bale), la finzione è stata studiata a tavolino per essere un riflesso della realtà, per sostituirla, rendendo pressoché inutile una sua eventuale ed esplicita comparsata. Centrale è la sequenza in cui Mindy ha un crollo nervoso durante il morning show condotto dagli avvenenti giornalisti di Cate Blanchett e Tyler Perry. Ad un certo punto, attraverso il tipico zoom usato nei salotti televisivi, il regista imposta un primissimo piano sugli occhi azzurri del professore (e quindi dell’attore), quelli per cui è stato incoronato come icona sexy. Adam McKay sostituisce la camera cinematografica con una telecamera da studio, ben consapevole che il passaggio non disturberà chi sta guardando perché bombardato in ogni momento da qualsivoglia tipo immagine. E lo fa non tanto per aumentare l’intensità o la veridicità della performance, quanto per citare e sfruttare il modus operandi di quel giornalismo “d’assalto” che con malizia cerca di distrarre il telespettatore (e quindi noi, gli spettatori di Netflix seduti sul divano) dalle parole e dai concetti scomodi.

Jonah Hill, Mark Rylance, Meryl Streep. Still da “Don’t Look Up” (2021). Regia: Adam McKay

Perciò il sopracitato carattere metatestuale del cinema di Adam McKay non si manifesta più dentro lo schermo ma fuori, direttamente nella mente dello spettatore che, coccolato in una comodissima posizione di privilegio (l’obiettivo è farci sentire moralmente superiori a tutti i personaggi), riconosce subito i tratti distintivi della sua esperienza quotidiana. Per esempio è impossibile non associare Steve Jobs o Elon Musk all’inquietante genio della tecnologia Peter Isherwell (un inedito Mark Rylance che fa la parodia del suo personaggio in Ready Player One di Steven Spielberg), così come è facile captare movenze e parole dell’ex-presidente Donald Trump nella performance di una Meryl Streep pettinata come una popstar di inizio Duemila. Ma la lista potrebbe continuare all’infinito data la quantità di riferimenti al nostro presente: dall’eterno ritorno del suprematismo bianco alla completa sfiducia nella scienza e nei suoi emissari (incapaci, tra l’altro, di spiegarsi), passando per l’orrenda vacuità dello spettacolo mainstream e la distruzione di concetti complessi attraverso slogan lunghi quanto un hashtag (Look Up/Don’t Look Up). 

Meryl Streep. Still da “Don’t Look Up” (2021). Regia: Adam McKay

In tutto questo delirio senza apparente fine Don’t Look Up riesce comunque a far emergere il suo messaggio più importante, e il merito, per tornare nei meandri della metatestualità, va spartito con la forte presenza scenica di Leonardo Di Caprio, uno degli attori-attivisti più impegnati nella lotta al cambiamento climatico. È proprio quando gioca con gli specchi (o coi meme, visto il tema) che Adam McKay dà il meglio di sé e, sebbene si sia spogliato delle «formule» (anche fin troppo), ci ricorda quanto la sua innegabile genialità lo tenga sempre a debita distanza da qualsiasi forma di banalizzazione. Ma in questo caso è anche il motivo per cui, molto probabilmente, il film funziona più nei discorsi post-visione che durante il suo corso. Giusto o sbagliato che sia, lo deciderà il singolo spettatore. 

«Moriremo tutti, cazzo».

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