Recensioni

Che Rian Johnson sia rimbalzato da un genere cinematografico all’altro mantenendo intatta la propria dignità autoriale e il suo tocco anarchico non è un’opinione, ma un semplice dato ricavato dalla lettura al volo della filmografia. Per il suo esordio, Brick – Dose mortale, prese il classico schema del noir per poi inzupparlo nella vita di alcuni liceali ai margini, nel successivo The Brothers Bloom si rifece alla farsa, vicina per indole alla penna di William Rose, mentre con Looper mixò sapientemente nello stesso calderone il thriller, la fantascienza post-apocalittica e l’action senza mai lasciare che l’uno prendesse il sopravvento sull’altro. Fu così anche per quella macchina industriale super-collaudata di Star Wars, dove il Nostro, nel suo Gli ultimi Jedi, agì come un mago del travestimento per infiltrarsi di soppiatto in quel vastissimo universo e minarne le fondamenta dall’interno (non a caso, parliamo dell’episodio più controverso della saga lucasiana e, proprio per questo, uno dei migliori). Non ci si stupisce troppo, quindi, che anche a questo nuovo giro di giostra, Johnson si sia dimostrato il sabotatore che la sua fama suggerisce. Alle prese con il più classico dei sottogeneri del giallo, il whodunit, ancora una volta il regista del Maryland ci presenta comodamente lo schema prestabilito per poi rimuovere pezzo dopo pezzo tutti i cliché che lo compongono, in un gioco di meccanismi e giustapposizioni di blocchi narrativi volto non solo a rendere sempre più imprevedibile la soluzione finale ma, soprattutto, a rendere tridimensionale un gruppo di personaggi potenzialmente riconducibili alla macchietta.
Sebbene il titolo italiano provveda gentilmente a far danni (non c’è nessuna cena, probabilmente si voleva citare Invito a cena con delitto di Robert Moore), ci pensa appunto il film in sé a rappresentare il più godurioso dei generi cinematografici, procedendo dapprima in maniera classicissima: c’è l’immancabile omicidio, anche se tutto lascerebbe intendere si tratti di suicidio; c’è l’interrogatorio dei sospettati, in questo caso tutta la famiglia del defunto riunita sotto lo stesso tetto (e scena del crimine) per la lettura del testamento; e c’è, infine, un detective abilissimo nella deduzione, intento a smascherare l’arcano e un tesoro per cui vale la pena uccidere (l’eredità del defunto). Questi elementi, che fanno parte del DNA del giallo classico, vengono riportati fedelmente da Johnson nella sua introduzione alla vicenda, con qualche piccola modifica qua e là ovviamente, ma a un certo punto tutti i cliché fin lì presentati si sgretolano sotto un ribaltamento di prospettiva e una prima rivelazione che condizionerà lo spettatore per buona parte della durata del film, almeno fino a quando un secondo colpo da maestro riporterà il tutto sui binari della tradizione, svelando il vero motivo che si cela dietro alla ennesima rappresentazione di un genere tra i più abusati di ogni tempo. Infatti, se c’è una cosa che i gialli di Agatha Christie ci hanno insegnato, al di là del mero piacere deduttivo (sempre aggirato grazie a sapienti trucchetti), è la dinamica sociale e politica della Gran Bretagna dell’epoca, attraverso i comportamenti e le interazioni tra i vari personaggi messi in campo; e lo stesso si è premurato di fare Johnson. Il suo Cena con delitto – Knives Out è una brillante satira contemporanea travestita da giallo whodunit, in cui vengono riversate le nevrosi e le nefandezze che stanno imperversando negli Stati Uniti odierni, dalla xenofobia al razzismo vero e proprio, fino a un’avidità che consuma fino all’osso ciascun individuo.
In più, è un film post-moderno fino al midollo. Così consapevole della sua natura da dialogare a più riprese con lo spettatore (non si contano le volte in cui la macchina da presa di Johnson ammicca verso le aspettative di chi osserva), da fornire un personaggio così maledettamente letterario per poi riempirlo di un’umanità anarchica e selettiva a un tempo (il detective Benoît Blanc di un irresistibile Daniel Craig è una versione molto più credibile e in-credibile dei corrispettivi cartacei Hercule Poirot e Sherlock Holmes). Nelle sue oltre due ore di durata il tempo pare cristallizzarsi attorno alla diroccata abitazione in cui è ambientata la vicenda, quasi a insegnarci il valore dell’attesa, il gusto nell’assaporare un buon pasto contrapposto all’arraffare veloce del primo arrivato (nel suo apparente essere iper-cinetico), a suggerire il piacere di una compostezza ormai perduta che in tempi burrascosi come quelli in cui stiamo vivendo potrebbe rivelarsi salvifica (vedi le oltre tre ore di eleganza con cui è condotto un ganster movie celebre in questi giorni, scambiate dai più come soporifera piattezza).
Esattamente come quando tutta la fanbase era troppo impegnata a lamentarsi delle battutine per accorgersi che Gli ultimi Jedi era un film sontuoso che parlava del fallimento dei padri verso un’intera generazione, forse anche Cena con delitto – Knives Out verrà tacciato d’essere troppo schierato da una stregua altrettanto ottusa di spettatori (ma come, un’immigrata che la fa da padrona in mezzo ai ricchi?, diranno). Più semplicemente, non c’è che da guardarsi intorno, aprire gli occhi e cercare almeno un barlume di assennatezza in questa pazza realtà.
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