Recensioni

È un Josh Homme parzialmente inedito, al livello di testi, quello ascoltiamo nell’ottavo album dei suoi Queens Of The Stone Age.
E finalmente si parla di quelli e di nuova musica sul suo conto e non di un altro tipo di cronache. Nel 2017 il frontman aveva fatto notizia per aver inavvertitamente mandato in ospedale una fotografa (per poi scusarsi via IG) e dal 2019 è continuamente tirato in ballo dall’ex moglie, dal nuovo compagno di lei e pure dai figli per i quali tuttora è in corso una battaglia legale per l’affidamento. Nelle interviste a supporto del nuovo lavoro i temi sono stati anche questi: “le cose potrebbero andarmi meglio”, ha sarcasticamente affermato, rivelando di esser pure stato operato per un tumore. Operazione andata bene, questo solo è dato sapere con il disco a rispondere a tutto questo con alcune certezze ma anche con qualche novità.
Tra le prime la più banale e lampante è quel Times New Roman utilizzato nel titolo, il font che si usa quando non si sa che forma dare alle proprie lettere. Nome bivalente, perché oltre al glorioso font richiama le glorie dell’Impero romano, tanto che la promozione della nuova fatica firmata QOTSA è stata affidata a una serie di trailer a tema antica Roma appunto, contenenti frammenti dei nuovi brani: accenni all’uccisione di Cesare, una fastosa e lussuriosa cena luculliana dal tono inquietante e un’ancella che gioca con un mappamondo in fiamme.
I tradimenti, le cospirazioni, i complotti e le pugnalate alle spalle dell’antichità servono a Homme per parlare di ciò che ha attraversato, lui che si è sempre guardato dal fare politica con la propria musica pur definendosi un political conservative but a social liberal. Ma intitolare un disco In Times New Roman… richiama inevitabilmente un immaginario “di destra”, la destra di oggi, trumpiana, da Midwest, Rust Belt o comunque l’America profonda raccontata anche nei libri del compianto Cormac McCarthy.
Come Villains, anche questo In Times New Roman… è stato sbandierato come un disco “crudo e brutale”, ma i QOTSA, pur quanto dark e heavy possono aspirare ad essere non sono mai stati una stoner band dura e pura. Per quel lato della medaglia c’è un glorioso passato, i Kyuss, alla cui reunion c’è stata pure un’apertura di recente da parte del diretto interessato, in mezzo a nuove desert session e una capatina live acustica al Lollapalooza 2020.
Venendo alle dieci nuove canzoni, incise e prodotte dalla stessa formazione al Pink Duck studio del frontman, con alcune registrazioni aggiuntive fatte allo Shangri-La studio di Rick Rubin e il mixaggio affidato a Mark Rankin, sono sia una conferma del marchio di fabbrica che un ennesimo tentativo di ibridarne il suono.
Al ballabile r’n’r, al funk e all’r’n’b di Villans, Homme oppone i muscoli. Brandisce questa musica come una spada contro le vicissitudini con le quali si è trovato a scontrarsi – e ricordiamo anche la morte di due amici, Taylor Hawkins e Mark Lanegan – d’altro canto non abbandona falsetti e melodie di area pop (Time & Space), come dire che se c’è un’urgenza e una brutalità vere da queste parti le si trovano a livello di testi. Emotion Sickness è un heavy rock nel tipico stile della band, addolcito però da un ritornello ipnotico, armonizzazioni psichedeliche e un contrappunto synth fuzz à la Jack White ultima maniera.
Il testo parla di emozioni profondamente negative («Usa una sola volta e poi distruggi / Singole porzioni di dolore/ Non riesco a levarmi di dosso queste emozioni negative») e fa più riferimenti riconducibili alla summenzionata vicenda legale per la custodia dei figli contro l’ex moglie e cantante dei Distillers Brody Dalle: una brutta storia, come si diceva, segnata dalla richiesta di ordini restrittivi e accuse reciproche di abusi («Le persone vanno e vengono con la brezza / Per tutta la vita? / Forse»).
Dal canto suo, Carnavoyeur, pur essendo parimenti cupa, è più pacata, e il frontman vi sfoggia la sua prosa più smaccatamente bowieana (scelta non completamente inedita peraltro, anche considerando la sua passione per Let’s Dance). Bowie, e se vogliamo anche un po’ Chris Isaak, fanno sembrare il brano una versione sinistramente rock di Wicked Game. Anche qui l’arrangiamento vede le chitarre in primo piano e subito sotto c’è un synth il cui “wah wah” accompagna questa volta senza prendersi la scena.
Sul resto, abbiamo anche episodi che rimandano alle coordinate usuali, il che non è di per sé un male, e qui certamente no. Obscenery ha un ritornello stordente che ti piglia di primo acchito. Che poi potevano intitolarla pure Odd-scenery, considerando la disparità – nonché la varietà – dei tempi scanditi dalla sezione ritmica in capo a Michael Shuman (basso) e Jon Theodor (batteria). Paper Machete ti squarcia invece con un riff che fa molto Hives. «La verità è solo un pezzo d’argilla», canta Homme nel suo delirio kurosawa/rashomonico. «La modelli, la cambi, la nascondi e la cancelli». A chi sia indirizzata la bordata non è dato sapere, anche se qualche sospetto ce l’abbiamo. Negative Space, per parte sua, ha le stigmate del singolone, un pezzo hard rock dal piglio quasi prince-iano, con un chorus imponente. Il brano migliore del lotto? Forse sì.
Altri tentativi di sparigliare le carte si assestano su buoni livelli, senza spostare gli equilibri di un disco che si apprezza più per varietà e artigianato di buona fattura che per brani particolarmente memorabili. Time & Place è scaltra col suo afflato chitarristico wave e intarsi a base di archi mediorientaleggianti; la succitata What The Peephole Say rimanda a certe affrettatissime sparate da primi Blur, mentre la conclusiva Straight Jacket Fitting inizia con tre, quattro sgasate doom à la Swans, poi si attesta sull’andatura di un bluesaccio alcolico che investe malcapitati sulle strisce pedonali di Abbey Road, prima di reincolonnarsi diligentemente sulla Roadhouse (Blues) con uno spoken word in puro stile Jim Morrison.
Infine c’è Sicily che, a proposito di dominazioni su altrui isole e terraferma, è quasi un’arabesque. Perché non solo i Romani han diviso e comandato. Historia magistra vitae.
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