Recensioni
Prolapse
I Wonder When They’re Going To Destroy Your Face
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Orazio Sturniolo
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Edoardo Bridda
- 1 Settembre 2025

Negli anni ’90, in continuità con il decennio precedente, i Prolapse hanno fatto da ponte tra post-punk, shoegaze, noise-rock e post-rock. La formazione scozzese-inglese combinava le spigolature dei Gang of Four, la teatralità dei Public Image Ltd e il “sindacalismo” dei Fall con le derive rumorose di My Bloody Valentine e Sonic Youth, costruendo un suono in cui convergevano groove ripetitivi e ipnotici, strutture circolari e ritmi motorik.
Il debutto con Pointless Walks to Dismal Places (1994) mostrava già la capacità della band di unire nervosismo post-punk e sperimentazione sonora. Con backsaturday (1995) e The Italian Flag (1997) il gruppo ampliava le proprie strutture, inserendo atmosfere più melodiche e paesaggi sonori complessi, mentre Ghosts of Dead Aeroplanes (1999) chiudeva il primo ciclo con un approccio più strutturato e atmosferico. Poi il silenzio: vent’anni di pausa, interrotti da un EP nel 2019 e ora da un nuovo album che sa di riscatto, I Wonder When They’re Going To Destroy Your Face?.
L’apertura con Fall of Cashline è già manifesto: un riff ripetuto fino a diventare barricata sonora, con Mick Derrick a declamare, ubriaco e sgraziato, tra John Lydon e Mark E. Smith, e il contrappunto vocale di Linda Steelyard a psicanalizzarlo dall’inferno. Caos e ipnosi, muro di suono in stile Wire sul finale, sassarola Red Krayola, nel disagio i Prolapse sguazzano, e con piacere (emblematica anche Jackdaw), è però in brani come Cha Cha Cha 2000 che emerge la loro parte più sordida e i legami con Louisville. Da qui si sviluppano elementi spoken word (Err on the Side of Dead), che si sposano perfettamente alle attuali tendenze post-punk, sfruttati a dovere anche in planate psichedeliche come Ghost in the Chair.
I Prolapse suonano ancora come se stessero per crollare da un momento all’altro, eppure resistono, ostinati. Profonda conoscenza del rumore e delle sue declinazioni – con citazioni barrettiane in Cacophany No C –, libertà creativa ed esperienza convivono in un album che riallaccia al filo del rock che, dai Velvet Underground in avanti, non smette di pulsare e sopravvivere.
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