Recensioni

Si fa un gran parlare di post-punk contemporaneo e delle nuove band emergenti che rispolverano i suoni della new wave di fine anni settanta. Solo nel 2019 abbiamo avuto gli exploit di Fontaines D.C., Murder Capital, o dei più vulcanici e cerebrali Black Midi (rimando a questo articolo di Fernando Rennis per una panoramica più esaustiva). Dicevamo, in mezzo a tutta questa nuova ondata della nuova ondata (sarà almeno la terza onda di ritorno della new wave tra ’90 e nuovo millennio che ricordi a memoria) non ci si deve neppure dimenticare delle colonne portanti di quel suono originale che sono ancora lì.
In pochi nei classici resumé di fine anno hanno menzionato i Pere Ubu, che pure ci hanno regalato lo scorso anno un disco entusiasmante, The Long Goodbye, tutt’altro che di routine. Probabilmente nessuno nel 2020 penserà ai Wire, che ormai con regolarità quasi “falliana” (sempre compianto Mark E. Smith) danno alle stampe opere che è perfino superfluo definire impeccabili. Ogni disco dei Wire è consono alla loro statura ed è una certezza per rigore stilistico ed eleganza concettuale. Il sound e la firma della band sono riconoscibili in ogni sfumatura, tensione, spigolo e soluzione forbita – in questo nuovo lavoro, nelle qualità ipnotiche della melodia di Be Like Them o della ritmica di Hung così come nell’eclettico synth-rock di Cactused, Primed and Ready e Oklahoma.
Se in termini di essenzialità espressiva non ci allontaniamo dal tanto decantato minimalismo, che discende dal punk concettuale dell’esordio Pink Flag, lontano nel tempo ma si direbbe mai così vicino nel significato, Mind Hive – diciassettesimo album, dicono – offre anche un interessante colpo d’occhio wireiano su un certo pop più “classico” e psichedelico, con le chitarre jangly di Off the Beach e una Unrepentant dalle memorie sixties. Una curiosità che non sfuggirà agli ammiratori di Colin Newman, Bruce Gilbert & Co.
In un momento storico in cui ci si entusiasma (anche giustamente) per la risorgenza di un certo sound tra le più giovani generazioni, ecco che non si può dimenticare: (1) che quel sound non se n’è davvero mai andato, e (2) chi, di quel sound, è stato tra i pionieri – e in quattro decenni, pur tra interruzioni varie, non ha praticamente mai sbagliato un colpo.
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