Recensioni

7

Sono passati meno di cinque mesi dall’uscita di Mind Hive, che dei Wire ha ribadito una volta di più la statura (sempre che fosse necessario dopo anni di onoratissima carriera). Dal cilindro gli inglesi tirano fuori stavolta quello che sulla carta sembra un oggetto misterioso. Un album pensato per il Record Store Day prima del suo rinvio, e uscito invece puntualmente con tiratura regolare come un album “normale”. 10:20 non è quindi un disco “nuovo” nel senso stretto. Ma il suo mistero potrebbe restare tranquillamente chiuso in sé e l’ascolto ignorarlo: rimarrebbe ugualmente un’opera godibile, elegante e in ultimo convincente.

La scaletta si compone di quelle che i Wire usano chiamare new old songs: rifacimenti di vecchi pezzi, editi e inediti, registrati in questo caso nel 2010, ai tempi di Red Barked Tree, con il contributo di Margaret Fiedler dei Laika e di Matt Simms (che allora si apprestava a diventare un membro “ufficiale” della band), oppure più di recente con la formazione attuale (con Simms e gli storici Newman, Lewis e Grey).

Questi reworking, c’è da dire, hanno una storia in molti casi lunga e complessa, e per questo affascinante. Cominciamo dal primo, quel teso gioiellino krautwave che è oggi Boiling Boy. Un brano del 1988 dell’album A Bell Is a Cup… Until It Is Struck nel frattempo diventato un caposaldo dei concerti: e cosa meglio dell’adrenalina di un live può aiutare allora a trasformare quello strano coacervo di industrial esoticheggiante in un motorik teso e serrato che non perde mezzo colpo in ogni istante dei suoi sei minuti di progressione? La wave di fine anni ’80 di German Shepherds rivive in un indie pop psichedelico che farebbe la gioia di tante band contemporanee. Underwater Experiences, il cui primo demo risale ai tempi di Chairs Missing, è stata incisa più volte dal vivo e poi su album, ma solo qui sviluppa tutta la sua energia di pezzo noise-punk dissonante scomposto e a suo modo geometrico, tutto stop and go e call and response – che sembra andarsi ad agganciare alla casella dell’ermetico primo (capo)lavoro Pink Flag. Small Black Reptile è tra tutti i pezzi quello che più si distacca dalla prima elaborazione: da composizione “assemblata” con il computer acquista un tiro rock e un corpo pop-wave. Mentre i giochi tra post-industrial e hip-hop della prima versione di Over Their’s si squadrano, dando forma a un quasi hard rock sempre di chiaro design post-punk, però mutante e moderno.

La continua ridefinizione e la ricerca dell’essenzialità espressiva da parte della band, pur in una cornice molto raffinata, fanno il gioco praticamente di tutti questi remake, che al confronto con gli originali suonano più urgenti e attuali, spesso migliori, mai di maniera. Nessun gioco, solo l’ennesima dimostrazione dell’efficienza di una band da cui tanti hanno imparato e hanno da imparare. Impeccabile, più o meno come sempre.

 

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