Recensioni

6.2

Dopo i vari XXXTentacion, Lil Peep, Mac Miller, Nipsey Hussle, Juice WRLD e innumerevoli altri, anche Pop Smoke si aggiunge alla lista dei rapper tragicamente scomparsi nell’ultimo biennio. Il nativo di Brooklyn era tra le promesse più interessanti di una nuova scena a cavallo tra drill e trap molto in voga recentemente. Voce baritonale scavata dal fumo in un felicissimo caso di nomen omen e talento a palate in saccoccia, era difficile non imbattersi nella sua hit Dior nell’ultimo anno. E proprio quel singolo rischiava di restare un po’ il titolo con cui tutti lo identificavano, ingabbiandolo, anche perché veniva incluso in ogni possibile sua raccolta. Ad ogni modo, la produzione di Pop Smoke si articolava principalmente in due mixtape, Meet the Woo e Meet the Woo 2, decisamente intriganti (più il primo che il secondo, già parzialmente ammorbidito). Sonorità inquietanti e distorte, fraseggio (appunto) bravo a scavallare tra i versanti di drill e trap senza mai operare una scelta irreversibile, e soprattutto quel timbro inconfondibile e molto personale che già abbiamo detto. 

Poi è arrivata la morte, con una sparatoria nel corso di una rapina in circostanze non ancora chiarissime, e questo Shoot for the Stars Aim for the Moon arriva purtroppo postumo in veste di esordio commerciale vero e proprio. La sensazione è un po’ quella di Circles di Mac Miller: un lavoro portato a termine da un collettivo di illustri collaboratori (in questo caso con 50 Cent in cima alla lista), magari valido ma probabilmente non del tutto aderente a quelle che sarebbero state le intenzioni dell’artista se fosse stato ancora in vita. Perché questo debutto è decisamente annacquato e ingentilito rispetto ai mixtape che abbiamo citato, con sonorità più melodiche e radiofoniche. Trattasi di esordio su major, quindi volendo la mossa ci sta anche, ma è chiaro che i punti di interesse della proposta di Smoke risultano abbondantemente diluiti insieme a tutto il resto. 

Non mancano all’appello diverse perle: 44 BullDog è una marcia funebre riduzionista con la voce di Pop Smoke che si prende il palcoscenico in un’orgia di adlibs sempre più deliranti; oppure Creature, che porta la vocina zuccherosa di Swae Lee su un beat tipicamente drill, e il contrasto con quella di Pop Smoke è decisamente croccante. L’influenza di 50 Cent si sente poi non tanto nella voce o nel rappato, quanto piuttosto in alcune strumentali: è il caso ad esempio di Gangstas, che con il suo retrogusto molto G-Unit sembra presa di peso dagli anni 2000. Oppure Got It On Me che riprende il ritornello di Many Man (una delle hits di Get Rich or Die Tryin’), esaltandone la componente cantabile. I momenti più deboli arrivano sul fronte delle collaborazioni. Snitching vede un Quavo con il pilota automatico inserito e un Future che si traveste da Pop Smoke scimmiottandolo in una specie di tributo maldestro, che risulta abbastanza imbarazzante. The Woo è poi il brano che più di tutti fa capire che siamo davanti a una raccolta postuma: la presenza di Pop Smoke qui si limita praticamente ad un cameo, con il direttore esecutivo 50 Cent a ritagliarsi un momento di palcoscenico tutto per sé. Piacevole sorpresa sono invece i momenti più tenerelli e innamorati (Something Special, What You Know Bout Love), inedite parentesi in cui sembra di risentire il Tupac più coccoloso. 

Tirando le somme: se siete fan di Pop Smoke, l’operazione è più che dignitosa. Il talento dell’uomo traspare più e più volte. Dall’altra parte, le componenti più dure e cattive della sua musica risultano quasi inevitabilmente relegate solo a un paio di comparsate. Sia in questo senso che nella scelta di includere alcune tracce evitabili, è pesata decisamente l’assenza dello stesso Pop Smoke. Poteva andare sia peggio che meglio.

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