Recensioni

6.5

Juice WRLD è la risposta all’ipotetica domanda «cosa si otterrebbe fondendo dragonballianamente insieme i due Rae Sremmurd?», oppure ancora «qual è l’anello di congiunzione tra XXXTentacion e The Weeknd?». Talento cristallino nell’architettare melodie tra il malinconico e il sognante rivestendole di autotune, era anche un mostro nel freestyle – disciplina in cui sfoggiava un’inventiva illimitata nel trovare metafore sempre nuove, provare per credere. Diciamo “era” perché purtroppo, dopo XXXTentacion, Lil Peep e Pop Smoke (giusto per citare i tre colleghi più conosciuti), anche il suo nome è andato recentemente ad aumentare il firmamento di trapper o simili deceduti troppo presto. Un’overdose di codeina e ossicodone l’ha infatti portato via lo scorso dicembre. Legends Never Die è così il primo album postumo del compianto rapper nativo di Chicago, e pare anche il primo di una lunga serie vista la prolificità del ragazzo, che sembra avesse già registrato più di 2.000 canzoni. 

Pur con lo scetticismo che inevitabilmente accompagna questo tipo di operazioni, il disco si rivela in realtà un più che discreto lavoro. Le coordinate di base restano quelle preventivate: un matrimonio tra trap e retaggi emo-punk di inizio Duemila (dai Blink 182 a nomi come Silverstein, Alkaline Trio e compagnia), che unisce basi sintetiche e chitarrine surgelate, a tappeto per melodie intristite e dal sapore adolescenziale. In questo caso scorrono tra le orecchie beat dal sapore un po’ più hip hop e anche molto buoni (Conversations) ed emo-trappate un po’ più canoniche (Blood on My Jeans), e nei momenti migliori abbondano singoli perfetti e pronti per essere suonati dalle casse bluetooth delle nuove generazioni in preda allo spleen. È il caso di numeri come Fighting Demons: solito beat trap a base di 808, qualche delicato sfarfallio di piano a guarnire e una melodia immediatamente memorizzabile nel ritornello. Purtroppo come spesso capita nelle uscite di questo trend, la scaletta pecca decisamente di lunghezza (21 pezzi), tra riempitivi e interludi vari. La presa in mano di un bel forbicione digitale, pronto a sfrondare la quantità in favore dell’ormai proverbiale qualità da sempre lacunosa in questi “dischi” tagliati per le playlist di Spotify, avrebbe sicuramente giovato. Perché certi episodi decisamente prevedibili ma di facile presa sono comprensibili (come il singolone di EDM rockista Come & Go), ma dell’inconsistenza acustica di I Want It e simili si sarebbe fatto anche a meno. Capitolo a parte per i testi, che scavano con semplice efficacia nel labirinto di ansia, depressione e dipendenza che ha infine inghiottito Juice. Il sapore sinistro e premonitore di certe strofe stende ombre inquietanti sul lavoro dato il tragico finale della biografia del giovane, come capita ad esempio in Wishing Well («I stopped taking the drugs and now the drugs take me»).

Insomma, facciamo un po’ gli snob: difficile prendersi bene se avete passato i 25 anni, anche se può essere un ascolto interessante per saggiare con mano (e orecchio) cosa gira tra i più giovani. Ma se siete nell’età target del disco, si è sentito decisamente di peggio.

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