Recensioni

Diciamo – con un bel po’ di cinismo, purtroppo – che una morte prematura non comporta necessariamente un ridimensionamento economico nella vita di un artista. Giusto qualche giorno fa Forbes ha condiviso la classifica delle celebrità defunte che hanno guadagnato di più nel 2019; nelle posizioni 11 e 10 troviamo rispettivamente XXXTentacion e Nipsey Hussle, con 10 e 11 milioni di dollari all’attivo. Parliamo di stelle dell’hip hop con una produzione nemmeno troppo abbondante, soprattutto se consideriamo che si collocano davanti a icone pop assolute come Whitney Houston e George Harrison. Tutta questa premessa decisamente prosaica per dire cosa? Che se nel 2020 esce un disco postumo firmato da un rapper fresco di trapasso, un po’ di scetticismo è più che lecito; soprattutto alla luce di uscite di infima qualità e sindacabile gusto come Skins, che grattano il fondo del barile senza alcuna dignità per speculare e monetizzare il più possibile fintanto che il lutto è ancora recente. Tra ologrammi e compilation postume, biopic e tributi vari, I Morti non Muoiono.
Fortunatamente sembra che – per ora – la parabola del compianto Mac Miller si discosti da questo indegno sciacallaggio artistico (che invero di artistico non ha più nulla). Circles è un album a tutti gli effetti, composto dal rapper quando era ancora in vita e ultimato dal produttore Jon Brion, e pensato come seguito di Swimming del 2018. Non ci è dato sapere quanto quello che abbiamo tra le orecchie sia un lavoro diverso da come sarebbe stato se Miller fosse stato ancora in vita. Quel che è certo è che i pezzi a disposizione sono strutturati, fatti e finiti, e lontani da quell’aria di b-side inconclusa che spesso hanno le tracce tipiche di queste uscite postume. Sin dal nome è la chiusura di un cerchio, la quadratura nella gestione di problemi personali sviscerati in Swimming che qui non vengono risolti ma – con grande auto-consapevolezza – guidano verso un nuovo (purtroppo precario) equilibrio. Il titolo ideale potrebbe essere Swimming in Circles, un doppio album che chiude una carriera validissima ma troppo breve.
Musicalmente e testualmente la strada percorsa in questi ultimi pezzi è chiara. Siamo abituati a considerare Miller un rapper, ma la verità è che in questo album – più ancora che nel precedente – lo si sente rappare poco o nulla. Si canta tanto piuttosto, e bene, su beat morbidi ma frastagliati: aleggia un sapore da bedroom-elettronica, da chillout e lo-fi hip hop su scheletri r&b (Hand Me Downs) e funk (Complicated), con occasionali reminescenze vagamente wonky (Blue World). Si può parlare veramente di rap nella sola Hands: per il resto la pasta vocale si muove dalle parti di un indie-folk prestato ad un mood rilassato e comodamente laid back, blandamente psichedelico, con melodie indovinate e tanto buongusto. Testualmente Miller si muove nella consueta e personale autoanalisi, tra gestione di ansia e depressione e solipsismo imperante, lotta alle dipendenze e inquietanti premonizioni: fa veramente male, in Brand Name, sentire «to everyone who sell me drugs / Don’t mix it with that bullshit, I’m hopin’ not to join the 27 Club». Nel club non ci è entrato, perché si è fermato a 26. È un pensiero devastante, e questo disco è la prima opera postuma veramente valida e sensata da un bel po’ di tempo.
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