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Dopo XXXTentacion e Mac Miller è sicuramente il più pesante (nonché ennesimo) lutto illustre nel mondo dell’hip hop contemporaneo. Nonostante avesse un unico album ufficiale pubblicato, Nipsey Hussle era considerato in USA come uno dei più grandi rapper viventi. E per dirvi di quanta eco la sua morte abbia suscitato nello star system ci basti l’omaggio dell’amico e concittadino Russell Westbrook, che ha dedicato al rapper l’epocale “doppia tripla doppia” nella vittoria dei suoi Thunder proprio contro i Lakers di LA.
La gavetta di Nipsey è stata lunga (più di dieci anni) e spesso giocata fuori dal circuito prettamente musicale: oltre a diversi mixtape, la sua fama è cresciuta a suon di geniali trovate imprenditoriali e un occhio sempre puntato al benessere della sua comunità. Del resto, parliamo di un businessman capace di vendere un intero stock di mixtape a 100$ al pezzo, per non dire di un portafoglio quanto mai diversificato (vedi la sua linea di abbigliamento). E parliamo soprattutto anche di un rapper con le carte in regola per farsi rispettare anche dalla generazione precedente, con l’endorsement di vecchi leoni come The Game e Jay-Z a certificarlo.
Il rap di Hussle è uno stream of consciousness che spazia da un disperato capitalismo afroamericano a scorci di intimismo reminiscente di violenze e lutti, assecondato da un flow spezzato e vagamente scazzato che pare un intrigante mix di modelli illustri: Snoop Dogg, Ice-T e Kendrick shakerati con gusto. Tra qualche evidente fantasma di Dre (i synth portanti di Rap Niggas) e tanti singoloni apri-classifica – in Italia non ha sfondato dal vivo, ma potrebbe “purtroppo” farlo ora – il recupero G-funk di Victory Lap è sia ortodosso che fresco, rispettoso ma attuale. Che peccato, per l’uomo e per l’artista. RIP.
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