Recensioni

6.8

Quest’anno i Pixies hanno festeggiato i vent’anni dalla reunion. Se reggono fino al prossimo, la loro seconda vita sarà durata tre volte tanto la prima. In entrambe, il numero di pubblicazioni discografiche è esattamente lo stesso: un mini e quattro album. E questo dice già tutto, limitandoci per carità di patria al mero dato quantitativo. Se poi si parla di qualità…ok, ricominciamo.

The Nigth The Zombies Came (a proposito di seconde vite) arriva a solo un paio di anni dal precedente Doggerel, e per i ritmi non proprio da lavori forzati dei bostoniani mk 2 è già una novità. Viene da pensare a un improvviso shining creativo per Frank Black e soci. Sta a vedere che era tornata improvvisamente l’ispirazione dei bei tempi e che i nostri vecchi eroi alternative non volessero perdere un secondo per imbottigliarla. Dichiarazione di Black: “Mah, boh, avevamo qualche giorno libero in studio e ne abbiamo approfittato per tirare giù canzoni che avevamo lì da parte”. D’accordo, come non detto.

Il fatto che la band sia comunque vogliosa di esserci è una buona notizia. L’altra è l’esordio nei ranghi di Emma Richardson della Band of Skulls nei panni che furono di Kim Deal, della povera Kim Shattuck e di Paz Lenchantin. L’innesto a giudicare da quel che si sente funziona: Richardson suona bene, il basso è bello rotondo anche se meno protagonista rispetto alle colleghe che l’hanno preceduta, ma ancora meglio sono i controcanti e le armonizzazioni con il Capo, classico banco di prova pixiano. Augurandoci che Emma rimanga a lungo nel gruppo (anche perché prima o poi le bassiste finiscono), va notato dal punto di vista del suono di insieme l’album è impeccabile, nonché impeccabilmente prodotto come gli altri tre post-reunion da Tom Dalgety. È il suono di una band, non di gente che si manda pezzi di canzone sullo smartphone, e di questi tempi non è neanche poco.

Per quanto riguarda la scrittura, il discorso si fa più complesso. Chiariamolo subito: niente di cui racconteremo ai nostri nipoti, nell’improbabile eventualità che ai nostri nipoti potrà fregare qualcosa dei Pixies o di qualunque essere umano che suonava chitarra-basso-e-batteria (o che suonava, punto). Nell’eventualità, comunque, ci sono già i Surfer Rosa e i Doolittle del caso, e qui non c’è nulla che ricordi neanche lontanamente quella selvatica genialità e quella magnifica cattiveria. Semmai possono tornare in mente certe parti più imborghesite di Bossanova, ma anche ai tempi un rockettone da heavy rotation su MTV in declino come You’re So Impatient glielo avremmo tirato dietro. Sono pezzi così, o come Johnny Good Man e Motoroller che fanno incazzare (bonariamente: alla fine a questi disgraziati si vuole sempre bene), perché si sente proprio la pigrizia del “dai, va bene così” quando sforzandosi leggermente di più potrebbero tirare fuori qualcosa se non di memorabile quanto meno di più interessante. E in fondo il resto dell’album, tutt’altro che disprezzabile, lo dimostra. Una canzone come Ernest Evans, altro pezzo pestone, ha quanto meno un bel tiro garage che ricorda tanto Lou Reed quanto (tu pensa) i Fuzztones, nonché una chitarra che imperversa gioiosamente con riff spaccatutto.

Ecco, se c’è un aspetto sul quale si può sempre stare tranquilli è la qualità del contributo di Joey Santiago. I suoi inserti sono inconfondibili ma sempre godibilissimi, con quella vena surf-spaziale che non ci verrà mai a noia, le aperture psych(o) e gli sfregi noise. Quello che fa in Hypnotised, di gran lunga il brano migliore del disco, vale da solo l’ascolto. Ma anche in Chicken è eccellente, e se si riesce ad accettare l’idea che Frank Black stia cantando di sentirsi come un pollo decapitato – quale è il problema, del resto: lo aggiungiamo ai caribù, ai cani andalusi rubati a Buñuel e alle scimmie in paradiso del bestiario-Pixies – la canzone non è affatto male, un bluesone che all’inizio richiama Signed DC dei Love e andando avanti gli Stones di Wild Horses.

In Mercy Me e King of Prairie ci sono gustosi accenti twangy, Primrose apre la scaletta con un delicato strumming acustico mostrando il lato più vulnerabile e romantico (siamo proprio sicuri?) di Black. Come sempre, tutto dipende da lui alla fine. Dalla qualità e dall’intensità delle sue ossessioni e dall’ispirazione nel metterle in strofe. Urlare non urla più, ma in compenso canta con il controllo e la professionalità di un consumato protagonista dello show business.

A tal proposito, forse il titolo di Vegas Suite è auto-ironico (I’m going to Vegas and if I don’t make it/there’s lots of other places), certo è che quando dopo un minuto e venti di ruminazione quiet David Lovering alza il ritmo e Santiago lancia la carica con un riffaccio acidissimo e molto, molto loud, si sorride e si pensa “rieccoli”. Peccato duri venti secondi e poi la canzone torni esattamente com’era prima. Come quando accennano Debaser dal vivo e poi non la fanno. Incorreggibili.

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