Recensioni

Black Francis una volta ha raccontato che, qualche mese dopo l’uscita di Doolittle e con i video di Monkey Gone to Heaven e Here Comes Your Man in heavy rotation su MTV, venne fermato da un’auto della polizia al confine tra Texas e Messico, con nel cruscotto qualche grammo di fumo. Invece di sbatterlo contro il cofano e ammanettarlo, come da simpatica prassi della stradale americana, uno dei poliziotti lo guarda bene in faccia e gli dice “ma tu sei quello che canta quella canzone sulla scimmia, no?”.
Finisce con loro che si fanno sorridenti una foto mentre Francis tiene in mano il fucile dell’agente. Che sia vero o inventato, l’aneddoto è così meravigliosamente Pixies che ci si crede a prescindere. Perché in nuce c’è tutto quel dualismo contraddittorio che li rendeva così assurdamente affascinanti e allo stesso tempo difficili da inquadrare. Una band “delle nostre”, punk e indipendente e cattivissima e tutto quanto, che poi si fa le foto con gli sbirri. Un gruppo guidato da uno cresciuto nella stretta osservanza dei dogmi cattolici che scrive canzoni che parlano di sesso, violenza, sesso, mutilazione, sesso, decomposizione, voyeurismo e nel caso non si fosse capito anche un po’ di sesso. Quattro facce da schiaffi americanissime che fanno musica fragorosa e discordante ma pubblicano i loro dischi su un’etichetta inglese (la 4AD) famosa per dei tristoni che gorgheggiano eterei nonsense da hippy. I poster boys (& girl) del rock alternativo che tutto sembrano tranne che alternativi: tre nerd stempiati e una bassista sicuramente più carina e cool di loro, anche se in modo non convenzionale, che però si fa chiamare “mrs. John Murphy” come una casalinga sottomessa degli anni ’50. Tutto nella norma, comunque, per una band che si era formata grazie a una inserzione in cui si cercavano membri “influenzati dagli Hüsker Dü e da Peter, Paul & Mary”.
Uno degli indicatori dell’importanza di una band, del resto, è la quantità di mitologia che si porta dietro, con tutti i tag sedimentati nel tempo e pronti all’uso. E quindi in questo caso – i Pixies, ma più nello specifico Doolittle – via di “dinamica quiet/loud”, “archetipo dell’indie rock anni 90”, “occhi tagliati-Buñuel & Dalì- chien andalusia”, numerologia blasfema (“man is 5-the devil is 6-God is 7”), i Nirvana che prendono appunti per Nevermind (un paio di settimane dopo, intanto, sarebbe uscito Bleach) e così via. Che è un modo per congelare la musica in categorie storico/critiche che fanno comodo ma allontanano sempre un po’ di più, ogni volta che si utilizzano, dall’effetto originario che canzoni come queste produssero in tempo reale. Canzoni che, anche se le abbiamo sentite rifare milioni di volte dai loro autori negli ultimi vent’anni (cioè da quando è partita una reunion che ha prodotto poca musica nuova e molta auto-celebrazione), erano, sono e resteranno delle bombe atomiche di canzoni. Diverse da qualunque cosa venuta prima e – nonostante gli infiniti tentativi di imitazione – anche dopo.
Sul fatto che Doolittle sia il capolavoro dei Pixies si può discutere. I fan di Steve Albini gli preferiscono Surfer Rosa, i talebani indie pensano che il meglio stia all’inizio nel mini Come on Pilgrim, e persino Bossanova e Trompe le Monde hanno i loro supporter. Sicuramente, l’album uscito nell’aprile del 1989 è quello che fece fare il salto alla band in termini di accessibilità e di esposizione. I tempi non erano ancora maturi per l’esplosione alternativa, quella che avverrà due anni dopo, ma è evidente come in nessun altro disco proveniente da quello che all’epoca era considerato ancora underground si potessero intravedere le stesse potenzialità di crossover tra due mondi in quel momento ancora sideralmente distanti.
Il compassato cinismo di Francis, Kim Deal, Joey Santiago e David Lovering – unito al loro istinto selvatico per gli hook giusti – era il grimaldello ideale per allentare la cassaforte del mainstream da parte di una banda del buco dalle comunque impeccabili credenziali punk/college rock. Ci riusciranno solo in parte, ma si deve ascoltare il disco con le orecchie del 1989 per intuire (o ricordare) che geniale incursione in territori ancora vietati alle indie band fu Doolittle. Non potevano riuscirci i Sonic Youth di Daydream Nation, i Dinosaur Jr di Bug, i primi vagiti grunge da Seattle. Ce la potevano fare, invece, le canzoni di Doolittle. Quei giri di basso perfettamente rotondi, le deflagrazioni noise (ma sempre controllate), gli attacchi sbarazzini come quello di Here Comes Your Man (Shiny Happy People due anni prima o Girls Just Want to Have Fun sei dopo? In realtà, ascoltandola bene, il riferimento è Never My Love degli Association), i “girlie so groovy I want you to know” di Debaser e gli “stay all day if you want to” di Gouge Away. Per non parlare degli ansimi e dei sospiri e gli “ah-ah… ah-ah…” a luci rosse di Black e Deal (alternati o insieme, per quanto fossero poco credibili visti i personaggi e il rapporto di assoluta incompatibilità che c’era tra loro), anche in assenza di “big big love” da contemplare con estasiata ammirazione.
C’è uno strano pregiudizio a proposito di Doolittle, un luogo comune che a forza di essere ripetuto da trentacinque anni è diventato verità condivisa. E cioè che fosse un ammorbidimento in senso “commerciale” (come si diceva ai tempi) rispetto all’album di esordio. Niente di più falso. È vero che Gil Norton, produttore britannico già dietro al mixer per gli Echo & the Bunnymen ma anche per le “sorelline” Throwing Muses, in confronto all’intransigente Albini arrotonda un po’ gli spigoli, abbassa la batteria di Lovering e alza la voce di Francis, e che in generale il sound è più gonfio e adatto alle radio, ma al di là del fatto che le chitarre suonano stridenti e abrasive quanto e a tratti persino di più che in Surfer Rosa è proprio la durezza concettuale dei brani a negare l’assunto. O forse più che di durezza si dovrebbe parlare di “perversione” e “torbidità”, caratteristiche accentuate dagli sprazzi apparentemente giocosi che punteggiano la scaletta. Tipo, a esempio, la La-la Love You cantata dal batterista (che, ricordiamolo sempre, nel tempo libero era anche prestigiatore e inventore elettronico), canzone che più che d’amore come il titolo suggerirebbe parla, tanto per cambiare, di scopare: “first base, second base, third base, home run” potete essere sicuri che non è un riferimento al baseball.
Parlando di cose perverse e torbide, a questo punto si dovrebbe esaminare la cartella clinica del signor Charles Michael Kittridge Thompson IV, alias Black Francis alias Frank Black. Il Pixie in chief si può definire in tanti modi, ma tra questi dubito si possa usare l’aggettivo “gradevole”. A parte i comportamenti nella vita reale – per esempio la costante bullizzazione e marginalizzazione di Kim Deal, che in termini di sognwriting era una favolosa risorsa per la band ma alla quale su Doolittle viene concesso lo spazio di una-canzone-una: Silver, intrigante stranezza a metà tra spaghetti western e gothic, tipo i Bauhaus che fanno Morricone, viene giudicata unanimemente dai fan della band l’unico riempitivo dell’album, mostrando quanto la misoginia del buon Charles sia stata interiorizzata anche dagli ascoltatori – i testi mostrano una inclinazione inquietante per il lato sordido della vita, il macabro, il disturbante.
Ovviamente si tratta di una tecnica di scrittura, influenzata dal surrealismo studiato al college, e comunque c’è sempre quella vecchia faccenda del distanziamento tra autore e personaggi ecc. cc. Però. Con tutta l’ammirazione per la capacità di usare un affilatissimo rasoio di Occam nella stesura delle liriche – poche frasi al limite del nonsense che tuttavia compongono nel loro insieme un quadro, un abbozzo di storia – il gusto con cui canta di gente che si suicida con la famiglia buttandosi con l’auto da un pontile (Wave of Mutilation), di problemi mentali (Crackity Jones), della vicina di casa latino-americana che fa il barbecue in topless con lui che la spia dalla finestra (N.13 Baby), di armi pronte all’uso (There Goes my Gun), di efferatezze varie benché di derivazione biblica (Dead parla di Davide e Betsabea, mente Gouge Away si ispira alla storia di Sansone e Dalila: anche nel rapporto con la religione c’è qualcosa di psicoanalitico), ecco, qualche domanda potrebbe suscitarla.
Termini come “whore” usati con liberalità (persino l’album avrebbe dovuto chiamarsi così) oggi possono risultare problematici, ma – hey! come direbbero loro – era il 1989. Bacchettare canzoni come queste perché in un mondo con una sensibilità completamente diversa risultano “uncomfortable” sarebbe di un moralismo e di una miopia più agghiaccianti di qualunque “slicing eyeballs” urlato da Black/Francis/Frank/Charles/come si chiama. E d’altra parte le preoccupazioni ecologiche espresse in Monkey Gone to Heaven, anche se il riferimento è più al buco dell’ozono che al riscaldamento globale, riallineano positivamente con la contemporaneità. Anche se, temiamo, in modo del tutto involontario.
C’è da dire, comunque, che non c’è il tempo per soffermarsi troppo su quello che viene cantato (o urlato). Questo perché la struttura stessa delle canzoni dei Pixies lo impedisce. Per quanto contenute nel minutaggio (solo tre brani superano la barriera dei tre minuti) sono piene di svolte, stop and go, scarti, non sequitur, il che le fa sembrare più dense e lunghe di quanto non siano. Doolitle non è il proprio il disco ideale da ascoltare se si soffre di deficit dell’attenzione. Ma è proprio questa natura spezzata e non lineare, a patchwork, a rendere così unica – allora e oggi – la musica dei Pxies. Quello, le melodie che sbucano fuori quando meno te lo aspetti, e le chitarre. Soprattutto le chitarre. Difficile trovare uno stile più anomalo, anche rispetto al canone indie rock, di quello di Joey Santiago. Surf mutante, metal sedato, punk progressivo: non c’è un ossimoro decente che riesca a spiegare i riff, i lick e gli squarci delle sei corde, sta di fatto che tagliano e ustionano ancora adesso, con una nonchalance senza paragoni.
Anche per questo Doolittle continuerà a sembrare stranamente fuori dal tempo, per quanto indiscutibilmente figlio del suo tempo. Come una scimmia in una capsula alla deriva nello spazio.
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