Recensioni

Non capita così di rado di riconoscere l’oggetto delle proprie affinità elettive in qualcuno precedentemente detestato o inizialmente percepito troppo distante. Una delle più classiche trame per quanto riguarda la storia delle relazioni umane. Sta di fatto che quando il compianto Peter Rehberg (scomparso nel 2021 a soli 53 anni), meglio conosciuto per essere stato il boss della Mego e musicista elettronico con il moniker di Pita, e il compositore e pianista tedesco Reinhold Friedl si sono incontrati per la prima volta non si sono andati subito a genio. Come ques’ultimo ricorda con ironia nella nota stampa, trovava molto difficile relazionarsi con la musica di Rehberg (“lui veniva dall’industrial e io avevo radici nella musica classica e nell’improvvisazione, un coglione di alto livello!”).
La svolta avvenne nel 2010 a Vienna, quando durante un concerto suonarono i loro set uno dopo l’altro rimanendo reciprocamente folgorati. Da qui la nascita di un’amicizia e infine l’idea di collaborare e incrociare i diversi mondi di provenienza per vedere cosa ne sarebbe venuto fuori dal punto di vista musicale, oltre che amicale. Il risultato sono tre tracce improvvisate e intitolate in italiano con tre differenti parole per intendere il rumore – Caciara, Chiasso e Clamore – che mostrano plasticamente quanto tra i due fosse nata un’inaspettata e solida affinità.
Tre lunghe suite in cui il pianoforte trattato e l’elettronica acre trovano incroci robusti e poco scontati, comunque sempre forieri di una vitalità magnetica. Un habitat sonoro in cui le pratiche estese, le puntellature di note e le corrosioni digitali si rincorrono, si danno reciprocamente spazio per accogliersi e percorrono traiettorie perfette per le differenti gradazioni di intensità. Utilizzando un efficace ossimoro, potremmo definirlo un percorso rumorista ma armonico, dirompente eppure seduttivo, che con disinvoltura e naturalezza costruisce statiche deflagranti, muri di suono spessi e potenti, implosioni fantasmagoriche cariche di senso materico, paesaggi sgomenti, rarefazioni scorticate, tensioni lancianti e tratteggi spettrali attraversati da sonorità allarmanti.
Assieme a opere come Black Vomit (2006) di Wolf Eyes e Anthony Braxton o il più recente An Eternal Reminder of Not Today che ha visto assieme la band blues-core OXBOW con la leggenda del free europeo Peter Brötzmann, quello tra Rehberg e Friedl è uno dei più riusciti incontri tra esperienze solo all’apparenza distanti ma invero realmente accomunate da una necessità espressiva inestinguibile. Circostanza che ha prodotto un lavoro innovativo nel suo genere e capace di sperimentare con una toccante purezza d’intenti. Questo non solo grazie alla loro indiscutibile bravura, ma soprattutto per la capacità di rispettarsi reciprocamente e di gestire le proprie capacità finalizzandole alla riuscita del discorso.
Nella chiusura dell’ultima traccia si possono ascoltare i due che scherzano sul fatto di aver registrato abbastanza materiale, e, al di là dell’ironia, non solo l’album condensa splendidamente una vasta gamma di soluzioni in un perimento cesellato a dovere, ma per freschezza di vedute fa inoltre emergere il rimpianto per ciò che il progetto avrebbe ancora potuto dare in futuro.
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