Recensioni
Jon Hurwitz, Hayden Schlossberg
Cobra Kai - Stagione 1 & 2
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Valerio Di Marco
- 15 Settembre 2020

Ci sono voluti 24 anni, tanti ne erano passati nel 2018 dal quarto e ultimo film della saga, per riportare sullo schermo Karate Kid. Vero, nel 2010 c’era stato un remake con protagonisti il figlio di Will Smith, Jaden, nei panni dell’aspirante karateka, e Jackie Chan nei panni del mentore a suo tempo interpretato dal compianto Pat Morita. Ora però, con tutto il bene che vogliamo al buon Will, peraltro tra i produttori esecutivi anche di questa serie, tutto era, quel rethink meno che… pensato bene. Inoltre, Ralph Macchio, che qui torna finalmente a vestire i panni di Daniel Larusso, in Karate Kid 4 non c’era, pertanto di anni dall’ultima volta con lui presente (il terzo capitolo, uscito nel 1989) bisogna contarne 29. Non solo. Cobra Kai, la nuova serie spin-off della saga che ha già fruttato due stagioni, muove dalle vicende del primo film, ricomprendendo – certo – quanto avvenuto nel secondo e terzo, ma riprendendo il filo interrotto nel 1984 quando Larusso, nella finale del torneo di karate della cittadina teatro della storia, mise al tappeto, con il suo mitico calcio della gru, il rivale sul ring (e non solo) Johnny Lawrence.
Abbiamo detto 2018, ma perché? Cobra Kai, distribuita dallo scorso 28 agosto da Netflix, è arrivata solo adesso in Italia dopo essere stata condivisa per due stagioni su YouTube Premium. Due stagioni ora rilanciate – anche in lingua italiana – sulla piattaforma streaming fondata da Reed Hastings e Marc Randolph. Il tutto, in attesa della terza carrellata di episodi, in arrivo nel 2021 e diretta ancora una volta da Jon Hurwitz e Hayden Schlossberg.
Interessante è però il cambio di prospettiva rispetto al primo film. Stavolta la vicenda – ed ecco spiegato il titolo – muove dall’ottica del perdente, il “cattivo” Lawrence, che da rampollo della upper class losangelina è diventato un proletario che fatica a sbarcare il lunario e risiede in una topaia per la quale riesce a stento a pagare l’affitto. Lawrence, per chi non se lo ricorda, era l’antipatico biondino, nonché miglior allievo della scuola di karate Cobra Kai, che tormentava Larusso nel film diretto da John G. Avildsen. A interpretarlo, allora come oggi, quel William Zabka che adesso, dopo una carriera dalle alterne fortune, è produttore esecutivo di questo nuovo sceneggiato insieme al succitato Smith e allo stesso Macchio, il quale pure lui nel frattempo non è che abbia fatto faville come attore. Ebbene, Lawrence una sera si trova per caso a difendere un ragazzo da un pestaggio di gruppo e si ricorda di cavarsela ancora bene con le arti marziali. Così gli viene l’idea di riaprire il dojo in cui si allenava da giovane insegnando proprio al ragazzo – che spera possa essere solo il primo di tanti clienti – l’arte del karate, ovviamente nel modo in cui fu insegnata a lui: colpire per primi, colpire forte, senza pietà.
Dal canto suo, Larusso nella vita ha avuto fortuna: ora gestisce con successo una catena di concessionari di automobili, vive in una bella casa e ha messo su famiglia. Ma quando viene a sapere che il suo vecchio rivale ha riaperto il Cobra Kai la prende male e farà di tutto, ricorrendo anche al gioco sporco (ah se l’avesse saputo Miyagi…), per farglielo chiudere. E così si riaccende la rivalità tra i due, mai sopita anche per ragioni sentimentali (nel primo film erano tutti e due innamorati della bella Ali, interpretata da Elisabeth Shue).
Se quella di riprendere in mano il franchise all’inizio poteva sembrare un’idea bislacca, la scommessa è stata vinta. Niente lascito dilapidato, niente scadimento nel ridicolo. Una vera sorpresa. L’operazione nostalgia è impepata da una vena autoironica e la storia dimostra di saper camminare sulle proprie gambe, scevrandosi dal fardello della saga originale e mostrandosi autonoma. Inoltre è interessante l’approfondimento dei personaggi partoriti dalla penna di Robert Mark Kamen e ora calati nel presente.
Anche da un punto di vista estetico, non si eccede con la 80s mania. Cobra Kai è un’opera teen-friendly che piacerà ai ragazzi di oggi anche se telecomandata, nello svolgimento, da due eroi dei loro genitori; ed è a suo modo politica nel suo velato biasimo dell’odierno darwinismo sociale. Evita il politically correct ma è fine, delicata, proponendosi forse anche come una possibile risposta al perché gli americani si ritrovano Trump come presidente. Inoltre, sorprese, ritorni (riecco Martin Kove nei panni dello spietato John Kreese, il vecchio insegnante di Lawrence, e Randee Heller nei panni della madre di Larusso; in attesa del probabile ritorno della summenzionata Shue nella terza stagione) e rimandi ai primi tre film non mancano, ma – ripetiamo – giovano alla causa, anche perché intrisi di un autodileggio diremmo quasi iconoclasta che fa bonariamente a pezzi i cliché del film e soprattutto non inficiano la resa emozionale di certi passaggi che, siamo sicuri, non mancheranno di farvi sgorgare la lacrimuccia. Insomma Cobra Kai ha fatto centro. Speriamo che duri ma già così è un bel vedere.
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