Recensioni
Jon Hurwitz, Hayden Schlossberg
Cobra Kai - Stagione 3
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Valerio Di Marco
- 21 Febbraio 2021

Cobra Kai never dies, era il titolo di una delle puntate della prima stagione della serie spin-off tratta dal film Karate Kid, che nel 1984 diede inizio a una delle saghe cinematografiche più amate di sempre. Il Cobra Kai non muore mai perché la celebre scuola immaginaria di arti marziali al centro delle vicende della stessa serie di film (in particolare del primo e terzo capitolo) parecchi anni dopo avrebbe dato il nome a un nuovo progetto televisivo, partito inizialmente in sordina ma che adesso è diventato il classico carro dei vincitori su cui tutti vogliono salire.
Se infatti le prime due stagioni, andate in onda nel 2018 e 2019 su YouTube Premium e poi – nel 2020 – anche su Netflix che ne ha acquisito i diritti, furono una specie di scommessa da parte dei produttori (tra cui, in veste di esecutivi, figurano i protagonisti Ralph Macchio e William Zabka, ma anche l’attore Will Smith), la terza, sbarcata direttamente sulla piattaforma fondata da Reed Hastings e Marc Randolph, ha visto i ritorni di altri attori presenti nella tetralogia di film, tra cui qualcuno illustre. Non vi diciamo di più per non spoilerare, nel caso non vi foste ancora risintonizzati col mondo di Daniel-San, ma vi consigliamo caldamente di prendere in mano il telecomando e riaprire quel vecchio file che avevate archiviato tra i vostri più bei ricordi di gioventù. Oppure, per chi non li conoscesse, di vedersi i film dall’1 al 3 (il 4 si può anche evitare) e poi recuperare la serie.
Perché anche nella terza carrellata di episodi (10, per durata di circa mezz’ora ognuno) Cobra Kai conferma di sapersi reggere sulle proprie gambe anche senza la stampella della saga originaria. La narrazione è ancora una volta sviluppata su più livelli, quello “adulto” con protagonisti gli stessi attori che negli anni Ottanta erano adolescenti e ora (quasi) sessantenni, e quello “adolescenziale” con al centro le vicende dei loro discendenti e relative compagnie, che affrontano gli stessi problemi.
Ma al di là dell’apparente dozzinalità dell’impianto narrativo, della semplicità del linguaggio e della tamarragine tipicamente 80s, Cobra Kai è un racconto che, inaspettatamente, riesce a parlare dell’America e del mondo di oggi toccando anche temi come l’esclusione sociale, la disoccupazione, la stoltezza delle istituzioni scolastica, sorda ai veri bisogni dei ragazzi, ma anche carceraria, finalizzata non alla rieducazione ma all’afflizione. E poi il bullismo, il degrado delle periferie, gli squilibri macroeconomici visti dall’ottica micro di chi ogni mattina si alza per andare a sgobbare in un fast food o come inserviente delle pulizie; ma anche la speculazione immobiliare e perfino quelle ferite dell’America che non si sono mai rimarginate (la guerra in Vietnam). Ci si prende gioco del politicamente corretto, anche se i non integrati, le masse incolte, i falliti, i diseredati di questo piccolo universo rappresentato da un quartiere di Los Angeles, non rinnegano il sistema bensì ambiscono a farne parte. Un racconto sulla redenzione e sul riscatto individuale. No, Cobra Kai non è populista o sovranista, ma una favola sugli ultimi che ce la possono fare. È ottimista, un po’ Rocky, un po’ Frank Capra. Del resto, Steinbeck diceva che in America il socialismo non ha mai attecchito perché i poveri non si considerano proletariato sfruttato ma milionari in temporanea difficoltà.
Ma non è analisi dei massimi sistemi il fine ultimo, quella ce l’abbiamo infilata noi come spunto per una lettura diversa. Lo scopo è solo quello di fare dell’ottimo intrattenimento, con spessore narrativo e piglio autoironico. Naturalmente, col passare delle stagioni anche Cobra Kai finirà con lo stancare ma per adesso è più viva che mai, tanto che ne è stata annunciata anche una quarta stagione, che sarà pure quella – almeno a giudicare dalle anticipazioni – piena di sorprese.
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