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6.5

L’inizio della fine per i Pavement è databile intorno all’estate del 1995. Il Lollapalooza di quell’anno li vedeva esibirsi all’interno di un bill storico che oltre a loro comprendeva anche Sonic Youth, Beck, Hole e Cypress Hill. Un tour de force massacrante che portò la carovana in giro per buon parte degli States e che per la band di Stephen Malkmus, costretta ad esibirsi nel pomeriggio di fronte a una platea ancora poco numerosa e spesso insensibile al fascino dei cinque, fu il segnale che il salto nella premier league dell’alternative rock non c’era stato. Consapevole o meno, l’autosabotaggio di Wowee Zowee (un album troppo lungo e dispersivo in cui per la stessa volontà della band erano finiti singoli, b-side, classici senza tempo e brogliacci di scarsa consistenza) aveva finito per inibirne lo slancio verso la programmazione di MTV e dei grandi network radiofonici. A patirne di più fu proprio il perennemente insoddisfatto leader che, a quel punto, iniziava a trovare sempre meno motivazioni per tenere insieme quella compagine sparsa in cinque differenti stati.

Il successivo Brighten The Corners è la prima parte di un lungo addio che nel ’98, quando Malkmus fu di nuovo a Portland, sembrava inevitabile. Perlomeno a lui. Il modus operandi del gruppo prevedeva, infatti, che non ci fossero programmi a lunga scadenza e che ogni album fosse potenzialmente l’ultimo. Questa volta però molte cose erano cambiate. Le vite dei cinque procedevano speditamente in direzioni diverse, specie per Scott Kannberg che nel ’98 era convolato a nozze Chrissy Loader. Anche per questo, Malkmus fu l’unico che iniziò a lavorare seriamente su una serie di brani, isolandosi, anche telefonicamente, dal resto della band. Quelle demo, realizzate con una chitarra e una rudimentale strumentazione elettronica, arricchiscono finalmente l’odierna ristampa di Terror Twilight e mettono in luce una serie di idee melodicamente compiute e lineari accanto ad altre più astratte, ma che nella testa dell’artista avevano la struttura di lambiccate jam non troppo dissimili da quelle sviluppate successivamente in album come Pig Lib. Fu il frustrante tentativo di insegnare queste ultime al resto della band, a far emergere le prime crepe all’interno della formazione.

Nel luglio del 1998, infatti, i Pavement si riunirono ai Jackpot Recording Studios di Portland, per iniziare a lavorare sul nuovo materiale. Le difficoltà nell’assimilare alcuni dei nuovi brani da parte dei compagni finì per esasperare Malkmus che nel giro di qualche giorno si ritrovò più spesso a giocare a Scarabeo che a imbracciare il proprio strumento. La sua insofferenza (dicono le cronache) era diretta verso il bassista Mark Ibold e verso uno Steve West reo di non avere la duttilità e l’estro artistico dell’ex batterista Gary Young. I sette minuti inconcludenti di You Are a Light (purtroppo unica traccia delle Jackpot sessions presente all’interno di questa reissue) sono una testimonianza penosa ma realistica del caos che regnava sotto il cielo di Portland.

Quando tutto sembrava perduto, il soccorso si presentò sotto le spoglie di un giovane produttore di belle speranze di nome Nigel Godrich. Laurence Bell della Domino (l’etichetta inglese della band) lo aveva incontrato casualmente ad un concerto londinese dei Sonic Youth e gli aveva accennato alle difficoltà in cui stavano versando i Pavement dall’altra parte dell’Atlantico. Godrich, da grande fan del gruppo, si era detto ansioso di lavorare con loro e si era offerto di aiutarli a portare a termine l’album, ignaro di dover fare i conti con un metodo di lavoro a dir poco “informale” e destrutturato. Nel ’98, Godrich era apprezzato soprattutto per album come Ok Computer e Mutations, dischi di successo carichi di un languore obliquo, di un nitore soprannaturale e notturno che rimandava a capolavori dei Seventies come Hunky Dory (uno dei suoi punti di riferimento dal punto di vista squisitamente sonoro). Tuttavia, fu il lavoro che aveva appena svolto per Up dei REM in qualità di ingegnere del suono a convincere i cinque ad avvalersi della sua esperienza. Se da un lato la presenza di Godrich determinò la riuscita di Terror Twilight, dall’altro finì per piegare lo stile dei Pavement al suo perfezionismo, esasperando l’insofferenza di Stephen Malkmus nei confronti delle dinamiche interne e accelerando le forze centripete che avrebbero condotto alla dissoluzione del gruppo.

Dopo un breve warm up nella fattoria di Steve West, in Virginia, i Pavement si riunirono quindi negli Echo Canyon Studios, uno spazio di proprietà dei Sonic Youth situato nella Lower Manhattan dove per la prima volta le canzoni iniziarono a prendere forma. La disciplina imposta da Godrich stava iniziando a dare i suoi frutti, sebbene quello che si stava concretizzando sotto l’attenta regia dell’inglese era il meno pavementiano fra i dischi dei Pavement. La pulizia sonora che dominava i brani più free form e beefhartiani (come Speak, See, Remember e Platform Blues) segnava un netto distacco anche rispetto alle sonorità più classic rock del disco precedente. Un particolare questo che provocò qualche alzata di sopracciglia da parte della band, ma che sembrava perfettamente congeniale al desiderio di normalizzazione che si era impossessato di Stephen Malkmus. La rotondità di temi folk pop come You Are a Light oggi suonano come le prove tecniche per il suo primo album solista. Ann Don’t Cry, canzone sulla fine di una relazione romantica, da molti viene interpretata addirittura come una lettera aperta da parte del leader al resto della band, specie nei versi

The damage has been done / I’m not having fun anymore.

Fu però l’asse venutosi a creare fra l’artista e il produttore, oltre alla mancanza in scaletta di almeno una traccia firmata da Kannberg, a determinare l’atmosfera del disco. C’è una luce dimessa, lunare e opalescente che avvolge quei brani generalmente situati nello spettro più oscuro della poetica del gruppo (vedi la lunga The Hexx, la cui aurea plumbea ne aveva determinato l’esclusione dal precedente Brighten The Corners). Difficile poi pensare che dietro a frammenti come Folk Jam (una versione elettrificata dei Pentangle) e alla melliflua banalità di Major Leagues (uno dei pezzi più mediocri composti da Malkmus) ci fosse la stessa band che aveva realizzato un capolavoro lo-fi e schizofrenico come Slanted And Enchanted. Per ritrovare il gruppo scanzonato di un tempo bisogna rivolgersi all’acida psichedelia di Cream Of Gold o a due surreali vaudeville come Carrot Rope e Spit On a Stranger (non a caso due fan favorite).

Pavement
Pavement, foto stampa per la ristampa di “Terror Twilight“ (2022)

Dopo aver concluso di registrare i brani presso gli studi RPM di Washington Square, Godrich e parte della band si trasferirono a Londra, presso i RAK Studios, per completare l’album con alcune sovraincinsioni. Fu qui che venne chiesto a Johnny Greenwood di suonare l’armonica su Platform Blues e che Dominic Murcott degli High Llamas sostituì l’assente Steve West per rielaborare le parti di batteria di Carrot Rope e Major Leagues. A quel punto, nell’incredulità dei più, il quinto lavoro dei Pavement era pronto. Il titolo provvisorio, Farewell Horizontal (col senno di poi, assai più adatto rispetto all’enigmatico Terror Twilight), è lo stesso che oggi fa bella mostra in questa reissue monstre composta da quattro vinili, avara di b-side (sono presenti solo quelle dell’ultimo EP, Major Leagues, e l’inedito Be The Hook che, opportunamente riarrangiato, sarebbe finito sull’omonimo disco di Malkmus), ma ricca di demo e live tracks. Preziosa soprattutto per i fan della band, per come documenta la faticosa costruzione di ciascun brano (specie nella versione ancora irregolare degli Echo Canyon) e per quel primo disco che riorganizza i pezzi secondo la sequenza immaginata da Godrich.

Con un gesto che qualcuno della band finì per considerare un’ingerenza fin troppo azzardata, infatti, il produttore si presentò con l’album masterizzato secondo un ordine che piazzava in apertura le canzoni più lunghe e ostiche (Platoform Blues e The Hexx). L’oppositore più convinto a questa scelta fu Kannberg, che per fortuna ebbe la meglio assicurando al disco una tracklist più bilanciata, che si apriva sulle invitanti note di Spit On a Stranger. Peccato solo che questo non bastò a fare di Terror Twilight il successo atteso. Il mercato indipendente di quel 1999 (dominato da album come Summerteeth dei Wilco, Keep It Like a Secret dei Built To Spill e The Soft Bulletin dei Flaming Lips) relegò i Pavement ai margini, mortificandone quell’espansione verso il grande pubblico che da sola avrebbe giustificato un cambio di sonorità così drastico.

Alla fine il giudizio più centrato sul disco lo diede Mark Ibold.

Questo album avrebbe suonato bene alla fine di una festa nuziale in una fattoria, d’estate, mentre il sole sta tramontando

Chissà se quando pronunciò quelle parole, sapeva che il sole sarebbe tramontato in fretta anche per la band. Il tour di quell’anno, culminato con la storica data alla Brixton Academy in cui Malkmus, in un eccesso di teatralità, sventolò le manette che lo stavano tenendo legato ai compagni, sancì nei fatti la fine del gruppo, lasciando a Terror Twilight l’onere di fungere da trait d’union. Non tanto fra la discografia dei Pavement e quella del suo leader, quanto fra l’indie rock degli anni Novanta e quello di inizio Millennio, dominato dal recupero della tradizione e da una professionalità che lasciava sempre meno spazio alle stramberie di un’ex banda di slacker.

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