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Avete presente quella sensazione da fine del mondo imminente? Un po’ come nel 1999, quando lo spettro del Millennium Bug aveva finito per contagiare qualsiasi settore e nell’aria serpeggiava un’atmosfera sinistra verso quel maledetto nuovo millennio alle porte, che all’orizzonte non lasciava presagire nulla di particolarmente positivo. L’edonismo reaganiano di fine anni Ottanta aveva ceduto il passo a un cinismo senza precedenti, che avrebbe trovato il suo apice nella società digitale, nell’era della post-verità, nel meccanismo ossessivo-compulsivo della condivisione delle esperienze, anche delle più irrilevanti, con il resto del pianeta. Alla fine degli anni Dieci di questo millennio il risveglio avviene all’interno di una società drasticamente cambiata: cambiata è la percezione della realtà, sempre più schiava del filtro di social network che ogni giorno vengono “sfogliati” da miliardi di persone; così come cambiato è il modo di fruire della cultura, dell’arte, in particolar modo della musica, la quale, se prima era capace di ergere monumenti solidi e sottili sguardi su un determinato contesto storico, oggi al più gode della fugace attenzione di pochi seguaci, esaurendo la propria funzione non nel giro di pochi anni, ma addirittura di mesi, giusto il tempo per una nuova e più fresca uscita, pronta per essere spompata dalle casse collegate a Spotify.

L’atmosfera da fine del mondo la si respirava però anche a metà degli anni Novanta, anche se si trattava di un’atmosfera ancora “analogica”, fatta di contatti umani concretamente visibili, sostenuta da una percezione magari più ridotta dell’attualità, ma anche più impegnata e consapevole. Quando uscì Keep It Like a Secret il rock era già morto e sepolto, ma procedeva spedito un po’ per inerzia, un po’ per cercare di godersela il più possibile prima dell’inevitabile uscita di scena. Era a questo che probabilmente puntavano le grandi major discografiche all’indomani della morte di Kurt Cobain, quando si affrettarono a mettere sotto contratto una caterva di band indipendenti; tra queste ci furono anche i Built to Spill, che proprio alla vigilia del nuovo millennio si ritrovarono sotto le luci dei riflettori che contano dopo il successo di Perfect from Now On, titolo dalle sembianze nostradamusiane, visto che due anni più tardi sarebbe arrivato il loro capolavoro, appunto Keep It Like a Secret. Sintesi di un lavoro durato oltre due anni, in cui Doug Martsch mise tutto se stesso per cercare di arrivare perlomeno a toccare una qualche sorta di perfezione stilistica con brani che non superassero mai una certa lunghezza, ma al contrario fossero espressione di un’immediatezza e una spontaneità fino ad allora praticamente inedite nella discografia dell’ensemble.

E così, quattro album e vent’anni suonati dopo, è con questo clima che ci si imbarca verso il Santeria Toscana 31, con ancora addosso l’odore stantìo di cabina elettorale (è il giorno delle Elezioni per il Parlamento Europeo) e l’unico obiettivo di scollegarsi, dimenticando per un attimo il pensiero del nefasto risultato (che attende impaziente di rivelarsi a notte fonda, maratona Mentana permettendo). Quasi per uno scherzo del destino però, merito di una riproposizione dei brani in ordine sparso anziché sequenziale, l’apertura è riservata a Time Trap, messa quasi lì a schernire ed enfatizzare a un solo tempo l’atmosfera politica che pervade la serata («Do you want to change your mind? / Do you want to save your life?»), o più semplicemente un’indicazione chiara e limpida del potere salvifico di una musica fuori dal tempo (e quindi per ogni tempo). Col suono ora armonico ora disarmonico di chitarre che hanno il sapore del destino che chiama, quella costantemente ricercata sul palco da Martsch e compagni è più un’armonia spirituale che tecnica, in cui nelle quasi due ore di spettacolo c’è ancora tempo per un encore di altri cinque brani extra-album, di cui fa parte anche una cover della remiana Harborcoat.

In fin dei conti è a questo che dovrebbe ambire ogni Anniversary Tour che si rispetti: invitare il proprio pubblico a un viaggio indietro nel tempo, a un’innocenza dimenticata, ad accantonare anche solo per un pomeriggio tutte le nevrosi contemporanee per ricordarci magari di quella volta in cui da ragazzini – per rifuggire al disagio esistenziale e sfogare l’istintività della rabbia giovane – si indossava il walkman alla rinfusa, ciascuno sul proprio cespuglio di capelli incolti, custodendo la melodia dei Built to Spill davvero come se fosse un preziosissimo segreto.

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