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Nonostante siano ambientate in un periodo ben definito, le storie di Paul Thomas Anderson non rispecchiano mai interamente quell’epoca di riferimento, ma più un tentativo di raccontarne una parte esplicativa in modo tale da rimodellarla a proprio piacimento e restituirne una versione intimamente personale. Succede anche in Una battaglia dopo l’altra, dove il presente messo in scena non è mai il nostro presente, anche se gli somiglia maledettamente.

Sviluppato nel corso degli ultimi 20 anni abbondanti, il film è (molto) liberamente tratto da Vineland, romanzo di Thomas Pynchon pubblicato nel 1990 e ambientato nel 1984, alla vigilia della rielezione di Ronald Reagan, in un’America piena di contraddizioni e soprattutto profondamente divisa ed estremizzata. L’America che invece vediamo ritratta nella pellicola non assomiglia alla versione allucinata del leggendario scrittore statunitense, ma è per così dire una sorta di mash-up tra quell’immaginario e lo stile iper-cinetico, post-modernista di Anderson, una sorta di rielaborazione in celluloide di quelle stesse paranoie che inevitabilmente finiscono per dialogare con un presente altrettanto disorientato e impazzito. È sì l’America del secondo mandato di Donald Trump, ma potrebbe anche essere quella di Bill Clinton (ricordiamo che il “muro” di confine che separa Stati Uniti e Messico è stato voluto tanto dai repubblicani quanto dai democratici); quando il personaggio di Perfidia Beverly Hills grida: «Frontiere libere, corpi liberi, scelte libere e liberi dalla fottuta paura!», quello slogan potrebbe sovrapporsi a ogni amministrazione americana degli ultimi decenni appunto.

Una battaglia dopo l’altra, Leonardo DiCaprio in una scena del film

Come fa giustamente notare Andrea González-Ramírez su The Cut, nel fragoroso primo atto di Una battaglia dopo l’altra, «il gruppo French 75 bombarda l’ufficio di un politico che ha votato a favore dell’approvazione del divieto di aborto; i politici di destra, talvolta con l’aiuto dei loro colleghi democratici, hanno promulgato restrizioni all’aborto ben prima che i giudici della Corte Suprema nominati da Trump ribaltassero la sentenza Roe v. Wade». Ulteriore prova del fatto che quella di Anderson non è un’apologia dei gruppi di estrema sinistra – come è stata pigramente e strumentalmente etichettata da alcuni “illustri” commentatori conservatori – quanto un’esposizione chiara delle divisioni interne che stanno dilaniando un paese intero che aveva fatto della democrazia e della difesa dei suoi sistemi indipendenti il baluardo invalicabile contro ogni tipo di deriva autocratica, di cui Donald Trump è solo l’ultimo ed esplosivo esponente.

Il gruppo di suprematisti bianchi di estrema destra, i Pionieri del Natale – un nome che sebbene possa rimandare a una satira dissacrante in pieno stile Dottor Stranamore o Il grande Lebowski, non può che generare una terribile sensazione di terrore e di profondo disgusto proprio per la facilità e la sfacciataggine con cui vere organizzazioni di questo tipo sono tornate a galla nell’ultimo decennio abbondante: basti pensare al saluto nazista di Elon Musk durante la cerimonia di insediamento del gennaio 2025 o al fulmineo appoggio dei giganti del tech, per non parlare delle numerose organizzazioni sorte sui canali social alternativi (e dichiaratamente naziste) che hanno fomentato buona parte dell’elettorato di estrema destra prima durante l’assalto al Campidoglio 2021 e dopo alle ultime presidenziali americane. Anderson cattura e imbriglia tutto questo materiale assolutamente esplosivo grazie a un’atmosfera da guerriglia urbana a tutto campo che invade le strade della piccola cittadina di Baktan Cross, dove l’ex-rivluzionario Bob Ferguson – aka Ghetto Pet aka Rocketman – si è ritirato con la figlia Willa per sfuggire alla furia del capitano Steven J. Lockjaw dopo una serie di attentati organizzati e messi a segno con il gruppo French 75.

Una battaglia dopo l’altra, Benicio del Toro in una scena

Tuttavia, la rivoluzione più grande di tutte è silenziosa, fatta di relazioni umane profonde e di un senso di compassione che la parte avversa ha completamente sradicato dal suo sistema di pensiero. In quest’ottica, il personaggio quasi cartoonesco di sensei Sergio St. Carlos assume un’importanza fondamentale. Non solo manda avanti l’azione fornendo l’aiuto necessario a un Bob Ferguson spaesato e disperato, ma incarna quell’ideale di resistenza fatta, come detto, di persone che – a differenza del gruppo French 75 – non è votato alla distruzione quanto piuttosto alla creazione di una fitta rete di comunicazione alla cui base c’è l’empatia, indirizzata unicamente all’aiuto reciproco. Mentre il personaggio di un Leonardo DiCaprio mai così lontano dal sex-symbol che aveva incarnato per decenni (un ruolo ancora una volta anomalo come in C’era una volta a… Hollywood e Killers of the Flower Moon) si dispera e piange per una password che non ricorderà mai – figlia di un pensiero rivoluzionario antico e superato – il sensei di un fenomenale e wesandersoniano del Toro (quasi un prolungamento del personaggio che l’attore incarna in La trama fenicia) è sciolto e concentrato, è schietto e diretto, anche se conserva ancora quella psichedelica follia derivante dalla prosa di Pynchon.

Una battaglia dopo l’altra, Sean Penn in una scena

A scandire questo groviglio di tensioni e suggestioni politiche, cronachistiche, psicologiche e sognanti, c’è il vero cuore di tutta la vicenda e che da anni non fa che popolare l’immaginario di Paul Thomas Anderson: la spinta ad amare ed essere amati a sua volta. Era così per il Barry Egan di Ubriaco d’amore, per il disperato insieme di personaggi di Magnolia, per il Freddie Quell di The Master, per il Reynolds Woodcock de Il filo nascosto, per il Gary Valentine di Licorice Pizza, per l’allucinato Doc Sportello di Vizio di Forma, il quale era disposto a sacrificare tutto quasi inconsapevolmente per riunire un padre alla sua famiglia, proprio come in Una battaglia dopo l’altra, un altro padre allucinato è disposto a correre, cadere, rialzarsi, cercare aiuto e mettersi alla guida di un’auto completamente scassata (e prendere parte a uno degli inseguimenti più tesi e intelligenti della storia del cinema) per accarezzare quantomeno la possibilità di ricongiungersi con la figlia perduta nel marasma degli errori compiuti in passato.

Con un ritmo sempre incalzante, che per tutti i 162 minuti di durata è sorretto e scandito da una partitura musicale tra le migliori nella collaborazione artistica tra il regista e Jonny Greenwood, Paul Thomas Anderson – contemporaneamente al Ryan Coogler de I peccatori e l’Ari Aster di Eddington – incastona un pezzettino di questo distorto e agitato presente per cristallizzarlo e renderlo eterno nel suo immaginario, lo stesso al cui interno si muovono e si disperano personaggi sempre pronti a raccogliere il testimone di una sfida che non si è ancora disposti a perdere: quella per la propria umanità.

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