Recensioni

Si può notare una certa ciclicità concettuale nella filmografia di Ari Aster, che da membro del simbolico gruppo fondatore del cosiddetto elevated horror, è ormai un cineasta universale che ha lo scopo di raccontare a modo suo la delirante situazione in cui versano gli Stati Uniti all’inizio degli anni ’20. Una Nazione che non si riconosce più tra i suoi stessi componenti.

Se infatti il primo dittico di lungometraggi passava dalla destrutturazione familiare a quella di un microcosmo rappresentativo di una comunità nella migliore dei casi solo cinica, il secondo parte dall’analisi di una condizione psicotica individuale per poi fare nuovamente il salto in una bolla più ampia. Nella fattispecie, per essere precisi, una bolla spaziale dentro una bolla temporale.

“Ho un cellulare e non ho paura di usarlo”.

Eddington, presentato in anteprima al Festival di Cannes del 2025, parla infatti di una vicenda spinosa occorsa nella cittadina omonima – situata in New Mexico – durante la pandemia da COVID. Coordinate a cui nessuno di noi vuole tornare con il pensiero, ma, si sa, una delle condizioni fondanti del cinema di Aster è il richiamo a situazioni di discomfort, come direbbe lui.

La storia è quella che coinvolge lo sceriffo negazionista, Joe Cross (Joaquin Phoenix) e il sindaco provax e dedito al rispetto di distanziamenti e regolamenti vari, Ted García (Pedro Pascal). Individui rappresentati due doveri diversi, ma che dovrebbero completarsi e che invece sono in pieno contrasto, anche a causa di un’acredine personale che coinvolge la moglie di Cross, Louise (Emma Stone).

Il mese che il film sceglie come teatro è maggio del 2020, ovvero quello della concomitanza fatale che vide una società polarizzata e furente esplodere a causa della morte di George Floyd e del movimento Black Lives Matter. Un’ondata di proteste giusta, ma che ha finito col creare degli estremismi così laceranti da portare ad una crisi d’identità profonda anche i giovani che hanno sentito il bisogno di parteciparvi. Un mix esplosivo che Eddington prova a riproporre in scala ridotta, aggiungendo al duello politico tra i due contendenti anche un ecosistema intergenerazionale violento e privo di punti di riferimento.

Chi preghi, Louise?

Se la pellicola risulta infatti sovraccarica e incapace di trovare un bandolo della matassa tale da consentire una lettura, è invece efficacissima nel mostrare come l’online – dove si formano tutti i personaggi – invada il mondo reale distorcendone completamente la percezione. Eddington è una comunità senza comunità, in cui tutti sono isolati e in cui tutte le relazioni sono mediate dagli schermi. In quest’ottica la scelta di riprendere la pandemia permette di potenziare il messaggio simbolico in modo estremamente efficace.

Joaquin Phoenix viene chiamato a dar vita ad una sorta di vigilante in salsa trumpiana, dando così continuità al lavoro fatto con Beau ha paura, dove invece si impegnò a ritrarre le miserie del common man statunitense, fragile e ossessionato. Il suo è, paradossalmente, l’unico personaggio leggermente positivo in un quadro complessivo in cui non si salva nessuno, a partire dall’apparentemente ragionevole e responsabile sindaco, in realtà schiavo degli interessi tecnocratici dei nuovi padroni del mondo, o la moglie, da vittima a carnefice in un battito di ciglia.

Online vs realtà.

Eddington prova ad intercettare un cortocircuito esistenziale all’origine di un vortice in cui tutti sono preda di una sorta di alienazione mentale collettiva in cui neanche il nostro avversario si scorge più e in cui puntare lo smartphone o una calibro 38 sono la stessa cosa, senza riuscire però ad andare oltre, trovando una strada per domarla. Il finale funziona nella misura in cui appare l’unico finale possibile, anche se dei passaggi per arrivarci risultano a volte forzati, un po’ troppo oltre un registro costantemente sul limite tra il verosimile e il fantastico.

Ari Aster ricorre a tutta la sua sapienza e cultura cinematografica, spingendosi ben oltre i confini del genere con cui è diventato grande e riconosciuto, ed elabora una lente postmoderna magniloquente e spesso esagerata e fuori fuoco. Ciononostante il regista statunitense può vantare una sensibilità verso il presente tale da renderlo uno dei nomi d’oltreoceano più importanti quando si vuole avere un termometro della situazione da quelle parti là.

Amazon
SentireAscoltare

Le più lette