Recensioni

Il nuovo black cinema statunitense è particolarmente efficace nella sua capacità di attrarre il pubblico perché in grado di mettere in piedi delle riflessioni sagaci e attente sulla Storia della comunità afroamericana oltreatlantico con un linguaggio cinematografico ricchissimo dovuto alla sua grande anima postmoderna. Un movimento che ha dimostrato di saper viaggiare perfettamente tra le acque autoriali e quelle del cinema pop. Jordan Peele è, ovviamente, la sua massima espressione, perché riesce a fare tutto quello che abbiamo detto coniugandolo ad un pensiero critico anche sul mezzo stesso e quindi progredendo in un discorso estremamente personale. Poi gira anche molto bene, che non guasta mai.
Questa corrente è talmente ispirata e collaudata da potersi permettere anche di essere apodittica nelle sue considerazioni, andando oltre il suo spirito anticolonialista e magari spingendosi ad affermare come forse qualsiasi forma di integrazione è una fregatura, così come qualsiasi promessa di uguaglianza, anche tramite conversione religiosa, è viziata e che l’unica strada è la ricerca delle proprie origini. Le radici non ti ingannano mai. Specialmente se si è minoranza, forse solo se si è minoranza. In un mondo di presunti puri ci si salva solo guardando ai fratelli peccatori.

Ecco, il senso politico de I peccatori di Ryan Coogler si può sintetizzare proprio così. Poi però c’è il cinema di mezzo per dare forma alle considerazioni e spesso fa tutta la differenza del mondo. La tematica della pellicola accarezza quella del film d’esordio del regista, Prossima fermata Fruitvale Station, diretto prima di andare a fare pelo e contropelo all’American Dream in casa Marvel e addirittura mettendo mano a Rocky, la favola USA per eccellenza. Per tornare ad una dimensione più sua, Coogler addirittura ambienta il film nel 1932, post Prima Guerra Mondiale, nella campagna del Mississipi, terra bianca, cattolica e possibilmente razzista. Terra del Ku Klux Klan (e forse di qualcos’altro di ancora peggiore) e ci torna insieme al suo sodale di sempre, un Michael B. Jordan che si sdoppia nel ruolo di due gemelli.
La storia copre 24 ore e ha il suo nucleo nel coming of age musicale di un giovanissimo bracciante che desidera più di qualsiasi altra cosa diventare un blues man, nonostante il papà pastore vorrebbe per lui un destino più vicino a quello tracciato da Gesù. Il nostro, Sammie “Preacher Boy” Moore (Miles Caton), però preferisce prendere come ispirazione non il suo vecchio, ma i suoi cugini, i gemelli Elijah “Smoke” e Elias “Stack” (Jordan), tornati da Chicago dove si sono arricchiti lavorando come sottoposti di Al Capone (ancora, neanche un’emancipazione non è possibile). Dopo aver girato il mondo in lungo e in largo i due hanno però capito di avere solo l’un l’altro e allora hanno deciso di tornare, come dei figliol prodighi salvatori.

Traduzione: lungo il Mississipi gli ex gangster desiderano rimettere insieme i loro affetti e creare un juke joint. Nella trama lo creano convertendo una segheria comprata da un bianco del clan, quindi colonialismo al rovescio in piena regola. La serata è carica di promesse e tensione. Un po’ perché i rendez-vous con gli affetti di cui sopra non sono tutti cercati come nel caso di Annie (Wunmi Mosaku) per Smoke, ma possono essere anche accidentali e indesiderati, come Mary (Hailee Steinfeld) per Stack, e un po’ perché sarà il momento per Sammie di trovare il suo posto nel suo mondo. Parliamo di “suo mondo” perché le parole d’ordine del film sono esclusività, comunità e riscoperta. Il juke joint assume la forma di un sancta sanctorum e il blues di un meraviglioso rito in grado di trascendere spazio e tempo, mettendo in contatto tutti coloro che sono ad esso devoti. Un ottima premessa per porre in maniera chiara e diretta la domanda cardine del film: “chi includere? Chi fare entrare?”.
La struttura de I peccatori ricorda, guarda caso, quella di Dal tramonto all’alba, soprattutto nei tempi della metamorfosi delle due pellicole in cui c’è una prima parte di presentazione ai personaggi (qui con l’aggiunta di un reclutamento alla I sette samurai) per poi divenire un horror anni ’80 con i vampiri che guarda molto a John Carpenter (c’è anche una bella citazione spiattellata a La cosa). Coogler non ha però la stessa profondità del Maestro in termini di uso degli archetipi (ad eccezione del blues, perfetto) e quindi prova a bypassare la metafora del “nosferatu-uomo bianco che inganna l’uomo nero perché vuole rubargli la vita e appropriarsi del suo spirito”, creando una sorta di figura pseudo tragica nel vampiro “progenitore”. Un irlandese che ha creduto troppo nei seguaci di Dio? Forse? Qualcuno mosso da invidia verso la comunità all black da cui è stato attratto? Può darsi. Il punto è che questa parte è quella che più zoppica.

Ciò che funziona di più del film è invece il cosiddetto packaging, in questo caso una commistione di generi che si incastrano perfettamente tra loro a livello narrativo, creando un mix veramente intrigante e che riesce anche a essere pop, soprattutto grazie ad un finale scritto appositamente per chiudere logicamente ogni parentesi aperta prima. Parentesi, non suggestioni, che invece aleggiano e basta, senza posarsi mai. Il risultato è un prodotto talmente abbastanza bizzarro da divenire romantico e ad alto tasso d’intrattenimento pur rimanendo caustico e ostinatamente senza una reale speranza. A minare questa sua grande impalcatura è paradossalmente proprio il regista, che non gira bene come Carpenter, ma neanche come Peele.
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