Recensioni

Premettiamo una cosa: poche formazioni contemporanee hanno la capacità, l’intelligenza, la cultura e la sensibilità estetica alla base di un disco come Sympathy For Life, e ancora meno formazioni vantano una qualità media della discografia pari a quella dei Parquet Courts. Questo per dire che il quartetto di Brooklyn merita rispetto a prescindere e per certi versi suona stupendamente strano che nel 2021 si parli ancora di scene musicali, di sottobosco alternativo, e più in generale si racconti la parabola relativamente giovane di una “band con le chitarre”. Parabola, quella in questione, iniziata dieci anni fa e che ha avuto la fortuna di trovarsi un’enorme tradizione a portata di mano, non fosse altro che per ragioni di residenza anagrafica. Andrew Savage e soci hanno potuto respirare l’humus della New York dei numi tutelari, infilare la punta del pennello nel sangue sempre vivo del proto-tutto dei Velvet Underground, del noise dissonante dei Sonic Youth, del groove africaneggiante e intellettuale dei Talking Heads.
Sfruttare un vantaggio come la concittadinanza è un punto a favore, certo, ma molto altro scorre nelle vene dei ragazzi, che per questo lavoro hanno detto di aver guardato anche oltreoceano e di essersi ispirati ai Primal Scream (il lead single Walking at a Downtown Pace riconduce a un boogie rock figlio della Grande Mela ma anche degli ascolti della formazione di Bobby Gillespie) e ai Pink Floyd, la qual cosa non è una boutade, perché ad esempio in Zoom Out le ovvie soluzioni talkinghedsiane passano anche per brevi immersioni in ampolle di fluido rosa, così come la conclusiva Pulcinella è una ballata trasognante e stellare sulla medesima falsariga.
Tutto questo ci rimanda alla premessa di cui sopra, dove tra le varie qualità bisogna aggiungere l’imprevedibilità. Ma allora perché mettere le mani avanti? Il fatto è che sembra sempre che manchi qualcosa. I PC sembrano un giocatore di poker che all’ultima mano di una partita condotta in modo perfetto abbuona la perdita di denaro all’avversario invece di togliergli tutto, un po’ come proponeva Carlo Delle Piane a Diego Abatantuono nel film Regalo di Natale. Però il fine dei PC non è quello di farci abboccare quanto quello, più vanesio e autoreferenziale, di dimostrare a se stessi e agli altri che al tavolo possono stare. A parere di chi scrive, un vero capolavoro, di quelli epocali e sempiterni, i Nostri non l’hanno mai realizzato. Sembrano la tipica band-culto dall’aura sacra che fa stracciare le vesti più che altro ai dotti ed esimi cultori di indie, quella ideale da andarsi a vedere dopo un buon calice di bianco in un rooftop e prima di far tappa da Burger Bistro. Woody Allen avrebbe infilato la visione di un loro concerto tra una mostra al Guggenheim e una capatina all’Empire Diner.
Per quanto dinamico e ricco di spunti, neanche l’ottavo lavoro dell’ensemble, prodotto di una serie di jam session in seguito rifinite da Rodaidh McDonald e John Parish, fa eccezione. C’è da dire, semmai, che rispetto alle prove precedenti vira con ancor più decisione in territori groovy e danzerecci (direzione già presa con il precedente Wide Awake!), un po’ come i Clash “traditori” di Sandinista! o gli stessi Talking Heads della svolta tribal/equatoriale (si ascoltino la title-track e Plant Life, beat elettronico dal sapore caraibico con un forte accento funk). Byrne e soci erano considerati la band bianca che fotté il ritmo ai neri, ma un proverbio dice che non si ruba in casa dei ladri (i Talking Heads in questo caso). O nun se rubba a casa de’ li ladri, per dirla in romanesco.
Proprio a Roma riporta il titolo di quella Trullo penultima traccia del lotto, che con la borgata capitolina cara a Pasolini condivide il piglio sbandato e stradaiolo riecheggiante, nella fattispecie, il bighellonare dei tempi d’oro di CBGB e Studio 54. Il faveur per la East Coast è peraltro bilanciato dai rimandi alla sponda opposta offerti da Just Shadows, che riesce a far camminare insieme la rigidità ironicamente marziale delle marcette psichedeliche che animavano Haight-Ashbury e le progressioni sghembe e alticce tipiche dei Pavement. Cipiglio assemblativo che contraddistingue anche Homo Sapien, dove convivono sguaiatezza garage-punk e lo-fi audioleso di scuola Guided By Voices. Guidati dalle voci, i PC: quelle di chi li ha preceduti e che non li manderanno a sbattere. Ogni tanto, però, serve pure sgasare.
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