Recensioni

7.2

C’è qualcosa di folle e allo stesso tempo di eroico nella parabola dei Parquet Courts. Perché, anche se non inauditi, i loro dischi suonano come un tentativo fortissimo di scavare dentro il rock chitarristico prima che subisca influenze esterne. Per capirci: se gli anni Novanta sono stati il periodo dell’abbattimento delle differenze tra generi e i Duemila (e Dieci) quelli della tanto chiacchierata retromania e delle mille nicchie, con la band di Brooklyn il discorso si fa leggermente diverso. I Parquet Courts, al quesito se aprirsi o meno alle influenze del mondo globale, continuano a rispondere in una sola maniera: ignorando totalmente la scelta.

Avete presente quanto suona datato un termine come “hard-rock”? Fa venire in mente tempi molto lontani, in cui la musica per chitarre elettriche era qualcosa di eccitante, mitologico (sesso, droga e tutte quelle robe lì), forse ancora pericoloso, ma che oggi viene spesso identificato come – al meglio delle possibilità – un vecchietto un po’ fuori dal mondo e, quando va male, come una colonna sonora leggermente tamarra. Nel frattempo sono successe tantissime altre cose, e quella musica non è riuscita (o non ha voluto) aggiornarsi.
Tantissime cose sono accadute anche all’indie rock ’80/’90 basato sulla sei corde, quello di band nervose come i Fall, ironiche come i Pavement, struggenti come i Guided By Voices. Se oggi quel modo di fare è ancora tra noi, è grazie a band come i Parquet Courts. Con questo avrete l’idea di come suona, oggi, un disco come Human Performance. Allora la domanda che occorre farsi è: suona datato?

La risposta è: sì e no. Sì, perché il sound è quello, c’è poco da fare: chitarre spigolose, atteggiamento intellettuale, melodie spesso squarciate da inserti distorti. No, perché quel genere (ecco le differenze con l’hard rock) oggi viene eseguito da pochissimi, perché esso non aveva in sé i germi dell’attorialità, perché pochissimi sanno veramente scrivere canzoni così. Pezzi dove tutta quella tradizione subisce un lavoro quasi archeologico, fatto scavando con la penna buona di un songwriting efficace. Soprattutto – e qui è la chiave – l’alternative di quel tipo era pioniere di due modi di sentire che paiono essere forse la cifra del vivere odierno di molti ascoltatori: una terra in cui i confini sono ironia e cinismo, quando non distacco intellettuale. I Parquet Courts vivono il paradosso di suonare un genere di vent’anni fa risultando comunque attuali nello spirito.

Non c’è, in questo disco, quasi apertura a tendenze terzomondiste o elettroniche, due delle grandi forze centrifughe del rock degli ultimi decenni. In questo, la band è quasi reazionaria ma – diamine – offre momenti divertentissimi e qualche cosa che si avvicina al capolavoro. Un esempio è Captive Of The Sun, brano che parla di inquinamento acustico a New York e in cui la chicca è il modo in cui gli elementi vengono compattati: ad un intro surf/Link Wray segue una strofa cantilenante su ritmo marziale che si rivela miracolosamente meglio del ritornello. La strofa poi si ripete, ma la voce è ad una tonalità altissima. Avrebbe quasi le movenze di un inno, se non si rifiutasse totalmente di esserlo.

In questo viaggio ci sono i brani pop classici dei Parquet Courts (la title track, Berlin Got Blurry), l’esperimento di ampliamento ritmico One Man, No City, con una timida concessione al tribale che prima diventa noise Sonic Youth e poi Velvet Underground (l’assolo è preso di peso dai pezzi più tumultuosi dei primi due dischi della band di Reed e Cale). E poi assalti post-punk (Two Dead Cops) e schegge pop punk (la bellissima Outside), qualcosa che sta tra i Fall e i Pere Ubu (la nonsense Dust), qualche ballata, i Devo che poi si trasformano in una band post-hardcore (I Was Just Here) e i Pavement altezza Westing che ogni tanto lasciano entrare le chitarre dei primi Teenage Fanclub (Paraphrased). C’è, più di tutto, la certezza di avere a che fare con una band che forse un capolavoro vero non lo farà mai (a meno che non si voglia considera Light Up Gold come tale), ma che ha spalle grosse abbastanza per portare avanti una storia minore ma piacevole per tutti gli orfani di certo alternative.

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