Recensioni

C’era una certa attesa per il nuovo album dei Parquet Courts da Brooklyn. Vuoi perché molti erano gli addetti ai lavori ad aver tessuto le lodi del precedente Light Up Gold, vuoi perché tanta era la curiosità di sentire se la band avrebbe spinto più sull’acceleratore, sulla melodia o – peggio – sulla ripetizione di sé stessa. Con Sunbathing Animal i quattro arrivano alla terza prova sulla lunga distanza, quarta in tutto dopo l’EP Tally All the Things That You Broke dello scorso anno. Come per quello, anche questo disco esce per What’s Your Rupture?. Ma confrontando ciò che è stato con ciò che è oggi, le cose paiono un tantino cambiate.
Cominciamo col dire ciò che i Parquet Courts non sono, in questo disco. Non di certo i Pavement, cui alcuni li hanno associati per una certa stortura sonora: dalla penna di Malkmus i Nostri non hanno ripreso la tendenza allo sfarfallamento, al cambio repentino e spesso assurdo. Non i Meat Puppets (troppo agresti), non i Television (dal chitarrismo molto più astratto), non i Wire (dal “cerebralismo” colto, qui invece è più una questione fisica, epidermica). Per comodità potremmo dire che la band è qualcosa in più e in meno. Da un lato tutte queste influenze vengono rivisitate e miscelate in una maniera che, se non è originale, è perlomeno personale. Dall’altro, c’è un lavoro di sottrazione non tanto nei confronti dei propri idoli, quanto del proprio passato.
Sembra infatti, all’ascolto del disco, che la maturità sia arrivata anche per i quattro. Dove prima c’era un attacco a testa bassa, ora c’è una tenue tensione (Dear Ramona) che però produce frutti pop succosissimi, che in certi frangenti ricordano quasi quelli degli Strokes degli esordi. Alcune aperture, alcuni ritornelli sono così ariosi che paiono fatti apposta per una stagione estiva, pur non trattandosi di surf music: pare un miracolo che questa band venga da Brooklyn e non dalla California. Dove invece la melodia è subissata dalla ripetizione, come nei sette e oltre minuti di Instant Disassembly, quel che esce fuori non è monotonia, ma semplicità mai superficiale, a volte bellissima. In altri momenti è semplicemente dolcezza, come nella finale Into The Garden. Poi, ovvio, sono pur sempre i Parquet Courts, e nonostante una consapevolezza maggiore di ciò che possono fare, qualcosa all’energia e al frastuono devono pur cedere, come nella title track. Ma se l’aggressione è più contenuta, se la velocità è più quella di un boogie che non di una slam dance hardcore, ciò serve a dimostrare che la band è capace di scrivere brani godibili pur non risultando mai furba. Di cedere un po’ ad un classicismo rock senza cadere in tentazioni facilone.
Al di là dei giri di parole, Sunbathing Animal è il degnissimo seguito di Light Up Gold. Là dove si è tolto in potenza, si è aggiunto in ampiezza, e la cosa fondamentale è rimasta: il grandissimo divertimento. Basta pescare nel mazzo e tirare fuori, ad esempio, una Black and White punk e “clappeggiante”, per rendersene irrimediabilmente conto.
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