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Paolo Spaccamonti spacca molto più di ciò che indica il suo cognome. La routine dell’ascoltatore “per professione” innanzitutto; o anche la quieta e monocorde solitudine di uno strano finale d’estate. Sia come sia, l’esordiente torinese (per lo meno in solo, visto il passato coi Cletus) imbastisce uno di quei dischi inevitabilmente destinati all’attenzione carbonara, ma che come spesso accade si rivela essere invece una piccola gemma.

Cantautore anomalo, privo di parole e armato solo di chitarra (o poco più), Spaccamonti è artista dalla profonda sensibilità, capace di dispensare ganci memorabili: folktronica evocativa in Camicia Gialla, Cravatta Nera, sgranato rumorismo chitarristico in Drones, slow-core emozionale in Fine Della Fiera, astrattismi di solo-guitar + corde in Tex. Tutto sempre dotato di taglio personale e suonato col piglio giusto.

Riecheggia spesso Torino nelle note di Undici Pezzi Facili, e forse si rischia la banalità nell’affermarlo. Eppure è così; rivive nelle musiche di Spaccamonti quell’aroma particolare, in chiaroscuro, agrodolce e quieto, della motor-city italiana. Quel vago senso di perenne incompiutezza che lascia spesso spazio alla malinconia e che Spaccamonti ha sapientemente reso su pentagramma.

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