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7.5

Che il cuore di Paolo Spaccamonti batta forte per il sacro verbo del metal, è innegabile, basta vederlo suonare come uno dei men in black per rendersene conto, stesso trasporto, stesso aplomb; ma a parte il velato rimando ai Black Sabbath del titolo – in realtà legato più al mero numero di album in solo del chitarrista torinese, a cui si devono sommare le varie collaborazioni con Stefano Pilia, Paul Beauchamp, Ramon Moro, Mombu, ecc. che il torinese ha sempre prediletto, giungendo così a 11 album – di metal qui ce n’è ben poco.

C’è in cambio un sacco di oscurità in Volume Quattro, lavoro in splendida solitudine (fatti salvi i beat di Davide Tomat in Ablazioni) che si rinchiude in se stesso quasi come se Spaccamonti fosse di nuovo alla ricerca della propria essenza, del proprio chitarrismo, della propria poetica, in una reductio che ne fa apprezzare ancor di più la tavolozza dei colori. Si diceva che c’è dell’oscurità in Volume Quattro, quindi non sarà difficile intuire su quale pantone ruoti questa tavolozza: nero più nero, a volte grigio con qualche spiraglio di grigio leggermente più chiaro. In quella specie di visione trip-hop personale che è Ablazioni, anche primo video estratto, i toni sono plumbei ma vibranti, in Nina si fanno malinconici, interiorizzati, in qualche modo puliti; i riverberi di Nessun Codardo Tranne Voi si fanno neri, ma di un nero lucente come le rifrazioni cangianti di Paul Dance, prima di discendere nel nero più pece della tensione spezzata di Fumo Negli Occhi e nelle implosioni (nelle pieghe) dell’anima di tutto Bene Quel Che Finisce.

Insomma, c’è tutto l’incarnato dell’ultimo Spaccamonti, dell’intimo Spaccamonti. Una poetica esposta nei suoi limiti e con tutto l’arco dei propri chiaroscuri emozionali. Una confessione, oppure semplicemente il volume quattro di n di ognuno di noi. Blatto chiude la sua magistrale recensione sul numero di settembre di Rumore con coinvolgimento e appartenenza. Che vuoi aggiungere? Forse che infine c’è Luce?

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