Recensioni

7.3

Per il sottoscritto l’uscita del primo disco solista di Paolo Benvegnù, anno 2004, coincise con un sovrapporsi di ottime e pessime sensazioni. Queste ultime dovute al fatto che, assieme all’avventura (breve e magnifica) degli Scisma, sembrava consegnarsi agli archivi una stagione che aveva promesso molto più di quanto non avesse mantenuto e, soprattutto, messo a sistema. Mi riferisco va da sé al rock italiano, uscito sicuramente più solido dal fermento dei secondi 90s ma incapace di sedimentare davvero a livello popolare nonché di fornire un credibile ricambio generazionale.

Del resto, i tempi stavano cambiando, il pop si preparava a imporre metodi e formati in un vasto programma di spettacolarizzazione del “prodotto” (in quello stesso 2004 nel Regno Unito andava in onda la prima edizione di The X Factor). Le ottime sensazioni erano invece dovute alla conferma delle doti tanto intense quanto inconsuete di Benvegnù. Cantautore anomalo perché peculiare, refrattario alla consuetudine tanto nei testi – che da un lato rovesciano le formule del discorso standard e dall’altro costruiscono architetture espressive inedite – che nelle strutture musicali, intrise di declinazioni jazzy e incandescenze psych. Le canzoni di Piccoli fragilissimi film mi facevano insomma pensare a un autore solido e impronosticabile, tuttavia dal passo incerto, quasi fosse impantanato nella consapevolezza della propria latitanza di limiti all’interno di un sistema che invece reclamava forme ben definite. A vent’anni dall’uscita, il riascolto di quel disco è illuminante (tanto più nella versione remastered, fresca di uscita): la parentesi di silenzio lunga cinque anni dopo Armstrong, ultimo album degli Scisma, aveva fruttato undici tracce ispirate e piuttosto eterogenee. Ma, appunto, ascoltarle significava (almeno per chi scrive) affrontare una neppure troppo vaga sensazione di incompiuto sul fronte degli arrangiamenti e del suono (la band era composta da Fabrizio Orrigo e Massimo Fantoni – degli Otto’p’notri – più Andrea Franchi e Gionni Dall’Orto). 

Come dire: era come se Benvegnù avesse avuto timore di essere pienamente Benvegnù, giocandosela fin troppo di fino, distillando l’estro per collocarsi su un piano espressivo di penombre raffinate, quando come frontman degli Scisma ci aveva abituati (anche) a traiettorie incandescenti, a una pienezza in derapage acido di cui nella versione solista erano rimaste poche tracce. Detta in altre parole: sembrava un disco concepito e realizzato col timore di non essere abbastanza cantautorale per i criteri – chessò – del premio Tenco. Nei lavori successivi questa “esitazione” sarebbe stata superata anzi sommersa da una pienezza espressiva che non badava a porsi limiti, raggiungendo una sintesi tra calligrafia autoriale e intensità rock a tratti sontuosa, alla base di album poeticamente impetuosi. Con buona pace del Tenco. 

Venti anni più tardi, oggi, non si tratterà soltanto di partecipare al premio indetto dal club sanremese, ma di portare a casa addirittura l’ambita Targa per il miglior album: sia detto per inciso, È inutile parlare d’amore è un lavoro più che discreto, ma è probabilmente il suo più potabile e per certi versi meno cantautorale, e questo dovrebbe suggerire un paio di riflessioni sul senso del Tenco in questa quasi metà di anni Venti. 

Comunque.

Sulla scorta del ventennale e – chissà – fors’anche in virtù della trance agonistica provocata appunto alla suddetta Targa, Piccoli fragilissimi film viene oggi celebrato in grande stile con una versione “Reloaded” che prevede la rilettura degli undici brani in duetto con altrettanti ospiti (anzi uno in più). Un festival di duetti, quindi, che proprio albergando in questa dimensione non nasconde la volontà di spendere un sacrosanto tributo a un disco che raccolse meno del dovuto (in termini di popolarità e, massì, anche di riconoscimento da parte dell’ambiente) e al suo autore. Ma stiamo parlando di un autore anomalo, difficile pensarlo impegnato a fare buon viso a operazioni tanto telefonate e funzionali. Ragion per cui eccoci di fronte a un lavoro di sostanziale rilettura delle undici canzoni, talvolta persino di ripensamento, con la complicità dell’ospite di turno. Per farla breve: quelle canzoni sembrano approdare solo con questa nuova veste – con le sue fragranze acustiche, l’elettricità sfumata e crepitante, le stratificazioni sintetiche – alla completa tridimensionalità (non che le vecchie versioni fossero bidimensionali, eh: facciamo due dimensioni e tre quarti).    

Tutto ciò senza tenere conto dei nomi coinvolti. Ripeto: sto parlando soprattutto di arrangiamenti e sonorità. Quanto (appunto) ai nomi suddetti, scorrerli racconta già quanto l’operazione intenda collocare Benvegnù in quella zona liminare tra indie/autoriale e radiofonia, tradendo totale mancanza di snobismi anti-sanremesi così come il bisogno di prendere le distanze dalla pantomima festivaliera col suo pseudo cantautorato a pronta presa e dal respiro corto. Premetto: non riesco a provare entusiasmo per nomi quali Motta, Giovanni Truppi e Tosca, che si accomodano nelle rispettive performance (per Brucio, Il sentimento delle cose e Cerchi nell’acqua) senza neanche provare a uscire dalla comfort zone della propria calligrafia. Discorso simile per Ermal Meta ne Il mare verticale: il suo è un timbro qualunque al servizio di un’angolazione espressiva qualunque che accanto a Benvegnù non possono fare altro che evaporare in una nuvolaglia inconsistente, però il pezzo funziona assai bene grazie anche alle pennellate laterali della tromba di Paolo Fresu.

Detto questo, se sorprende la discrezione di Piero Pelù in una quanto mai suggestiva Fiamme, e se Appino regala all’incedere barcollante e ipnotico di Only For You vibrazioni beffarde assai gustose e strutturate, in altri casi accade addirittura una sorta di prodigio. Vale a dire: a bagno nella densa glassa psych marezzata jazzy di Io e te, Malika Ayane appare così in parte da smarcarsi da quella sua aurea mediocritas che ritenevo incorreggibile; Veronica de La rappresentante di Lista si apre come una conchiglia per È solo un sogno, un po’ come se fosse la più bella canzone che le sia mai capitato di interpretare (probabilmente è così); capita qualcosa del genere anche a Dente in Quando passa lei, capace di conferire luminescenze madreperla a vocalizzi in bilico tra sogno ed ectoplasma; Suggestionabili alza di un paio di tacche il livello dello scontro con le sferzate elettriche dei Fast Animals and Slow Kids, a cui Benvegnù stesso si accoda con l’impeto obliquo dei bei tempi; infine Catherine affida a Lamante il compito di accartocciare la tentazione del compitino con una interpretazione da anima grattugiata sull’asfalto.

Detto di una suggestiva coda strumentale a Catherine, vanno messe agli atti tre bonus track: la meravigliosa (non esagero) Preferisci i silenzi, risalente ai primi anni Zero ma che per qualche imperscrutabile motivo non entrò nella scaletta dell’esordio, qui impreziosita da Giulio Casale ai cori; simile la vicenda di Le gioie minime, brano più canonico ma non meno che dignitoso e portatore sano di un chorus ad alto coefficiente melodico, su cui la voce chioccia di Irene Grandi fa un lavoro apprezzabile; infine la sorprendente Isola Ariosto, oltre otto minuti di impro-psych su cui Benvegnù snocciola un talking visionario scavando nel profondo della memoria, il tutto sigillato da un cameo di Max Collini.                    

Tirando le somme, mi porto dentro una sensazione che non so quanto sia intrisa di una qualche forma compulsivo-ossessiva di speranza: ovvero che questo Piccoli fragilissimi film – Reloaded significhi la rinascita di un ottimo disco che aveva però il piccolo ma cruciale difetto di essere venuto al mondo con qualche sfasatura rispetto ai tempi e a sé stesso. Auspicare che possa significare la consacrazione per un (cant)autore enorme come Paolo Benvegnù è forse troppo, ma auspicare – ehi – non costa niente.

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