Recensioni

Le dichiarazioni di Benvegnù a proposito dell’origine di questo sesto album di inediti da solista saranno pure una trovata promozionale, ma non mancano di offrire spunti di riflessione. Il fondatore degli Scisma ha spiegato infatti di avere trovato queste undici canzoni in forma di provini chitarra/voce all’interno di una busta a lui indirizzata, senza alcuna informazione in merito alla provenienza e all’autore. Siamo in pieno mito del “manoscritto ritrovato”, e come tale indica il bisogno di definire lo stesso Benvegnù come un puro portavoce dell’ispirazione, sottraendolo al meccanismo della celebrazione (meccanismo che del resto non è stato mai generoso con lui), ma soprattutto di proteggere queste canzoni dalla responsabilità della spiegazione, dell’interpretazione. Benvegnù, insomma, un po’ si diverte, un po’ si è rotto le palle, ma innanzitutto crede al suo fare musica, al senso delle sue canzoni, alla luce delle quali i riti dello shobiz e le dinamiche musicista-stampa-ascoltatore sono un rumore accessorio di cui non (si) sente affatto il bisogno.
Di più: come di consueto, però mai come adesso, si avverte nei testi, nella gravità del timbro vocale e nella densità vertiginosa di suoni e melodie, una vibrazione nitida di allarme, dissimulata nel groviglio poetico mai lineare, nello sconcerto degli accostamenti avventurosi, negli improvvisi, assetati strappi di dolcezza. Le forme si sono asciugate, c’è più essenzialità, anche le melodie sembrano rinunciare a qualche strato di complessità: il Benvegnù del 2020 è sensibilmente più monotono, ma come frutto di una semplificazione che nel complesso rende la sua musica più nitida, più efficace. In grado quindi di toccare corde profonde di un’epoca che, al di là del momento di emergenza in cui il disco vede la luce, è il tema cruciale dei nostri giorni: la frattura tra dimensione umana e meccanismo sociale. Un attrito quotidiano, costante, dovuto all’incompatibilità tra la dinamica dei sentimenti e l’economia delle relazioni. Tema che giustifica in pieno alcuni riferimenti sonori, tra cui quello evidente ai Radiohead: se in Pietre – invettiva dal taglio apocalittico e sprezzante («più conosco gli umani / più capisco le pietre») – l’influsso della band di Oxford è ravvisabile nel dialogo tra chitarra acustica e certi arpeggi elettrici liquidi (altezza Ok Computer), la successiva Infinito1 è come abitata dal fantasma di The Tourist, intanto che il focus sembra spostarsi dalla realtà alla sua rappresentazione («il mondo che vedete non esiste / esisto solo io»).
Riferimenti diversi ma coerenti col senso di catastrofe intima e culturale sono le chitarre fiammeggianti CSI – periodo T.R.E. – di La Soluzione («nell’incoscienza del fuoco / il crimine è la soluzione») e, abbassati i toni, lo sguardo da Ivano Fossati speleologo dell’anima con ascendenze ambient (si percepisce qualcosa dei tardi Talk Talk) di La Nostra Vita Innocente, oppure quella specie di Tenco affidato a Brian Eno (e dagli striscianti rimandi Sigur Ròs) di Non Torniamo Più (impasto di tastiere, ottoni, chitarra, spazzole, a definire un ambiente languido e palpitante, il ritornello è un crescendo accorato che permette alla voce di Benvegnù d’incresparsi splendidamente).
Canzone dopo canzone, pare di assistere al conflitto tra rabbia e rassegnazione, con la stanchezza esistenziale sul punto di consegnarsi a un abbandono ancora capace – chissà per quanto – di scrutare le crepe alla ricerca di buone ragioni e buoni motivi: se la brusca Animali di Superficie lascia pochi margini di manovra al senso di condanna («l’insensatezza è l’ultima a morire»), la rumba perturbante di Nelle Stelle sfocia in un ritornello che spreme speranza dal cuore ferito (ai cori una suggestiva Orelle).
Dell’odio dell’innocenza è quindi, fin dal titolo, un lavoro che scruta il dissidio annidato negli strani giorni che stiamo vivendo. Più che i precedenti lavori solisti di Benvegnù, le radici stilistiche sembrano affondare fino ad Armstrong, l’opera seconda targata Scisma in cui il songwriting svariava con modalità vertiginose dallo psych rock arrembante alla chanson jazzata. Un po’ quello che accade in Altra ipotesi sul Vuoto, dove il ritornello è una tregua languida («come me / tu hai il profumo delle rose») dopo l’incrocio tra corde e basso gommoso nelle strofe.
Curiosa infine la tetralogia sparsa e “disordinata” di Infinito: alla Infinito1 già citata segue una Infinito3 che rievoca ancora cantautorato à la Tenco dopo una intro di synth vetrosi quasi Terry Riley, quindi tocca alla strumentale Infinito2 – arpeggio spezzato in loop tra riverberi di archi e bave di chitarre effettate – e in chiusura di scaletta una InfinitoAlessandroFiori (il riferimento all’ex-vocalist dei Mariposa sarà forse per il timbro più nasale del canto?) che sboccia acustica (chitarra e voce) da found sounds di stazione, toccante sfoggio di malinconia col melodramma noir dietro l’angolo («dimmi che sono anch’io nel tuo inferno»).
In definitiva, è un disco molto buono. Forse non è il migliore di Paolo Benvegnù, ma oggi, marzo 2020, non poteva uscire un lavoro più conseguente rispetto alla sua carriera e più tempista rispetto a questi strani, terribili giorni.
Amazon
