Recensioni

Il lockdown del 2020 e la conseguente paranoia pandemica è stata una manna dal cielo per gli spiriti più ansiosi e malinconici dello spettro minimal-ambient. Di colpo, gli veniva offerto uno scenario, una narrazione, una palette di motivazioni. Mark Nelson ha subito colto l’attimo, perché The Patience Fader è probabilmente il miglior lavoro della sigla Pan American dall’epoca dei primi due album, quando però le soluzioni sonore, risentivano ancora della risacca post-rock e minimal dub dei tardi novanta. Qui la faccenda è diversa e si riallaccia al classicismo guitar-driven del precedente A Son.
Questa sorta di new wave country ‘n western di Mark Nelson è ovviamente quanto di più languido, ascetico e lirico si possa avere. Non a caso, Kranky cita le parole di Brian Eno: “Duane Eddy playing Erik Satie”, che descrivono perfettamente l’uso esteso di lap steel guitar e armonica che sta al centro di un lavoro dove ritmica e voce scompaiono del tutto, allestendo una piccola collezione di haiku-zen sonori. Gli esempi migliori sono Outskirt, Dreamlit, The North Line, Memorizing, Memorizing: ballate tristi, con il riverbero a dare profondità. Da qualche parte tra Loren Connors e i Charalambides, per quella che Mark Nelson definisce “Lighthouse Music. A signal to help others through rocks and dangerous currents”.
Tutto questo ovviamente non può non risentire di un certo mood da notturno americano. Qualcuno cita il Neil Young di Dead Man, che sostanzialmente fece la stessa cosa: usare la chitarra (in quel caso con distorsione e delay) per disegnare una mitografia del sogno americano e degli animi errabondi che la compongono. Nelson di contro, più introverso, si dedica a suonare sul portico di casa per mettere in connessione quelle che lui chiama: “those deep hidden rivers that lead to a greater communality”.
La sua è una malinconia che attinge ad una tradizione colta, mai stanca di cercare soluzioni creative a questioni vecchie quanto l’uomo, ma la prospettiva è sempre prettamente americana. Come quel senso di mestizia cosmica e di desolata vastness dentro cui si perde la figura umana nel capolavoro di Chloe Zhao, Nomadlands, di cui questo lavoro potrebbe benissimo essere la soundtrack
Amazon
