Recensioni

6.8

Foto in bianco e nero, ricordi sbiaditi e uomini che cercano di (ri)tracciare sentieri smarriti. In mezzo, il potere salvifico della musica con i suoi echi e la sua grande forza immaginifica. Si potrebbe riassumere in appena due righe la magia che si cela dietro a questo A Son, album che segna il ritorno di Mark Nelson sotto l’alias Pan American.

A distanza di sei anni dal buon Cloud Room, Glass Room, il musicista americano (già voce dei Labradford) torna a pizzicare le corde giuste sintonizzando umori e visioni su un mood che è in costante trasformazione: paesaggi urbani al tramonto che sfrecciano davanti agli occhi di uno stanco osservatore. È amara levità, un riconnettere fili spezzati usando gli unici mezzi che il Nostro padroneggia con precisione: una chitarra che si fa voce e parole che si sgretolano in suono fino a diventare gesti. Un racconto intimo, primordiale e reso credibile dalla natura homemade dell’album, registrato interamente a casa di Nelson nell’Illinois. Spoglio di orpelli, votato all’essenzialità espressiva e con lunghe suite strumentali, ipnotiche (Sleepwalk Guitars) ed umbratili (Brewthru), A Son è un disco che – sviscerando la lezione dei più classici Carter Family – lascia volutamente l’ascoltatore accordare il proprio sentire sulle vibrazioni create dal più semplice binomio chitarra-voce.

«A cosa serve la musica? Quanto può essere semplice ed onesta?», sono le domande che ronzano nella testa di Nelson nelle fasi di lavorazioni di A Son. Le risposte sembrano arrivare chiare attraverso appena 9 composizioni dal carattere estremamente suggestivo: una forza rigeneratrice in grado di appianare divergenze, ricucire strappi, riportare indietro le lancette dell’orologio, ritornare – pacificati – alle origini. Un disco che trova tra le pieghe del passato una ragion d’esistere in questo presente. Una buona prova, delicatamente concettuale.

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