Recensioni

Il sound ricercato da Mark Nelson è sempre stato minimale, evocativo, teorico. Da anni i Pan American sono una palestra di ipotesi dove dub e ambient sono gli ingredienti fondamentali di una sorta di blues ancestrale e metafisico. Eppure, per lavorare sulle diverse ipotesi sonore ideate dall’uomo dei Labradford, la filigrana del sound non è un elemento accessorio, ma un aspetto fondamentale. Cloud Room, Glass Room ha la sensibilità di immaginare ulteriori percorsi inediti, ma in una maniera che tradisce non poco lo spirito fondamentale del progetto.
Ideato nel corso del tour dell’anno scorso, l’ultimo lavoro dei Pan American avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni di Nelson, una sorta di disco live, forte com’è del contributo di Steven Hess alla batteria e Bobby Donne al basso. Il problema è che nel momento in cui il suono dei Pan American si umanizza, rivelando una filigrana mai come in questo caso acustica e in presa diretta, perde molto della sua carica visionaria e ascetica. Il brano iniziale The Cloud Room e quello finale Virginia Waveform sono l’esempio perfetto di quanto detto, nella loro melliflua e annoiata cadenza post-rock con venature quasi Sigur Rós per l’ultima.
In mezzo si cerca di trovare la vecchia magia con la stasi di Fifth Avenue 1960, l’attesa tormentata di Glass Room at the Airport e la fragranza Badalamenti di Laurel South. Poca cosa, se messe a paragone con il passato. Fondamentalmente si tratta di un disco stanco e prettamente da catalogo, anche se i Pan American difficilmente possono produrre qualcosa che non valga nemmeno un ascolto.
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