Recensioni

Il punto di contatto di Hence con i suoi precedenti (Indeed è del 2011 e Behold del 2015, tutti sempre su Editions Mego) è, come immaginerete, il suo impianto freeform, che risulta all’ascolto mai completamente accomodante né totalmente insidioso, e che finisce per tenerti lì in uno stato di trance o sogno, in cui le orecchie si focalizzano ora sull’uno ora sull’altro elemento, in una sorta di panorama incantato cosparso di esseri viventi cristalliformi come dentro un viaggio da DMT. Differenze: se il primo disco – Indeed – lavorava più di rigore sull’elettro-acustica e su un minimalismo freeform focalizzato sui suoni in sé (i riferimenti sono dichiaratamente la sound art di Alvin Curran e il minimalismo di David Behrman), e il secondo – Behold – si concentrava al contrario su aspetti più ritmici e reiterati (Jon Hassell che naviga a vista nei territori krautrock/motorik), Hence si sviluppa su un impianto post-folk che rimanda ad ascolti meno accademici e più popular (pensiamo a un Henry Kaiser). Questo iniziale impianto, com’è ovvio, viene progressivamente decostruito, anzi letteralmente liquefatto, in meno di 40 minuti e, come quando a voler raccogliere l’acqua la mano resta vuota ma bagnata, così alla fine dell’ascolto di questo disco resti impregnato di sensazioni ma quasi senza memoria.
Nel primo dei due brani omonimi ci immaginiamo un O’Rourke alla dodici corde, alle prese con un sentito e ispirato tributo a Robbie Basho. L’altra chitarra (elettrica) è invece il campionario più avanzato delle brillanti sperimentazioni di Ambarchi: una collezione di suoni incredibili dove le sei corde si trasformano in oscillatori e la catena di pedali transustanzia il suono in gorgoglii molecolari cesellati con perizia. Le tablas di U-zhaan localizzano l’origine industana dell’ispirazione per questo disco, e fin da subito saldate sulle accordature aperte di O’Rourke settano la mente su un programma di produzione di onde theta. In seguito il percorso si anima e si disperde progressivamente in un flusso acusmatico/elettrostatico di field recordings pesantemente trattati e punteggiati da inserti di varia natura su un impianto teso ma con una sua persistente calma intrinseca, che emerge sul finale in una sorta di paesaggio pastorale notturno. Nel secondo (e ultimo) brano, le tablas assumono tridimensionalità differenti, la microfonazione è maggiormente protagonista anche al limite del feedback, il contrappunto da un lato vede cluster di note dal timbro di un santoor (possibilmente FM), e dall’altro trova droni, tappeti microtonali e altre punteggiature tratte dal variegato arsenale di Ambarchi.
L’omaggio alla musica classica industana viene progressivamente micronizzato, forzando le varie tessere del puzzle raga in posizioni via via più avventurose, con il risultato di sentire pian piano sciogliersi ogni parvenza di convenzione in una sostanza amniotica, avvolto nella quale ti perdi a sintonizzarti su audio-microorganismi, meduse e altri esseri bioluminescenti da profondità oceaniche. Il tempo scompare. In chiusura, dopo un attimo di rinvigorita ritmicità ammiccante una certa kosmische (e in cui anche le tablas e il synth diventano irriconoscibili da tanto vengono “pitchati”), la musica, sospesa e senza gravità, sorretta da lunghe note basse, va quasi arrestandosi. Un disco che, ancora una volta e per vie ancora differenti, riesce nella magia di affidare alla musica e al suono stesso la creazione di temporalità altre in cui immergersi, un ascolto che diventa meditazione.
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