Recensioni
Oasis
Oasis
Definitely Maybe
Definitely Maybe (30th anniversary deluxe edition)
-
Antonio Pancamo Puglia
- 2 Settembre 2024


Tonight, I’m a rock ‘n’ roll star
Chi non ha mai sognato di essere grande e famoso? Buona parte della mistica rock’n’roll si nutre, da sempre, di questo mito: il successo inteso non solo come fama e fortuna ma, anzitutto, come affermazione personale, uscita dall’anonimato, fuga dal grigiore di un’esistenza ordinaria in un luogo grigio e ordinario; in altre parole, diventare finalmente qualcuno. Liam Gallagher però lo sapeva bene, e da subito, chi era e a cosa era destinato: aspettava solo che suo fratello maggiore, Noel, gli mettesse in bocca le parole giuste.
Quando il 29 agosto 1994 Definitely Maybe entrò nelle case ed esce fuori dagli impianti stereo, la prima cosa che si sentì fu la botta: un muro di suono ai limiti del sostenibile, chitarre su chitarre iper-compresse e saturate all’inverosimile, spinte alla velocità di un’auto in corsa; e poi quella voce, e quelle parole, cantate in quel modo, schiacciate, storpiate e sputate in faccia come fossero le ultime. Quale che sia l’opinione riguardo uno dei gruppi più divisivi di sempre, l’attacco di Rock’n’roll Star è di quelli che valgono intere carriere, e tanto basterebbe per spiegare, senza troppi giri di parole, cosa sono stati gli Oasis. Una supernova propulsa da un’ambizione fuori controllo, nata per implodere ed autodistruggersi al momento della nascita, facendo un botto tale da lasciare una scia che sarebbe durata a lungo. Molto a lungo.
Presa a sé, la storia dei fratelli Gallagher non è altro che una parabola di auto-affermazione, ottenuta a colpi di accordi roboanti e scandita da canzoni nate come inni e sputate fuori dagli amplificatori e dalla bocca(ccia) di Liam; e Definitely Maybe, debut che, trent’anni più tardi, è uscito in una ristampa espansa, arriva giusto in tempo per l’annuncio della fatidica reunion dopo tre lustri di stop (e relative pantomime mediatiche), rimane il suo atto fondante e più importante, il passo decisivo senza il quale niente di quanto venuto in seguito sarebbe successo, incluso – con buona pace dei non pochi estimatori – il multimilionario (What’s The Story) Morning Glory, disco epocale disegnato per raggiungere uno scopo preciso. Dopo – cioè fino ad oggi – è stato tutto un gonfiare muscoli e bullizzare il mondo inculcando l’idea di essere i più grandi di tutti; attività che, stando agli esiti senza precedenti della reunion 2025, gli riesce ancora benissimo.
Ma come si è arrivati a tutto questo? Riavvolgendo il nastro e allargando l’obiettivo all’intero, glamorousissimo panorama inglese di prima metà Novanta (in sintesi estrema: Suede e Blur già alla conquista e Pulp ai blocchi di partenza, con tutto resto in ebollizione in attesa della grande esplosione), non avresti mai scommesso proprio su quei cinque reietti del Nord in tuta Adidas: un’accozzaglia da pub appena in grado di salire su un palco e imbracciare uno strumento, tutta football, birra, erba e altre drogucce varie. Non fosse stato per il carisma pur ancora acerbo di quel frontman che sembrava voler essere a tutti i costi Ian Brown, e per la determinazione torva e incazzata (come il suo sguardo sotto il monociglio) che sembrava uscire dalle corde di uno dei due chitarristi (non quello che suona solo barrè; quello che usa gli accordi aperti rigorosamente in prima posizione e sembra Steve Jones, anche se vorrebbe essere John Squire o Johnny Marr), dovevi essere proprio pazzo per vederci qualcosa, in quelli lì. O dovevi essere Alan McGee.
Non si ricorderà mai abbastanza che, non fosse stato per la visionarietà e l’incoscienza del boss della benemerita Creation, oggi racconteremmo probabilmente un’altra storia; e certo galeotti furono anche i My Bloody Valentine, che con Loveless avevano portato l’etichetta praticamente sul lastrico, nonché quei Ride che, pur avendo il look, il suono e pure le canzoni, erano rimasti sempre troppo indie per decollare nel firmamento pop (tanto che il naufragio del loro disastroso crossover verso il classic rock, Carnival Of Light, ne fu pietra tombale). Quanto il tramonto della brevissima stagione shoegaze sia stato strumentale nell’ascesa del Britpop lo certifica senz’altro il gesto impulsivo – eppure lungimirante in senso quasi biblico – di McGee, che sulla sola scorta di un solo live a Glasgow nel 1993 mette sotto contratto quella congrega di teppisti, a cui viene commissionato un album da realizzare e dare alle stampe al più presto.
Non sarebbe stata un’impresa facile. In primis perché il gruppo, doti innate e ambizioni a parte, ha davvero poca esperienza in studio e su palco; si erano messi insieme giusto un paio di anni prima quando Noel, roadie degli Inspiral Carpets e chitarrista amatoriale, si era infilato a forza nei Rain, il complessino del fratello minore, a condizione di poter scrivere le canzoni (secondo un’altra versione, sarebbe stato Liam a volerlo a tutti i costi, date le sue conoscenze nell’industria musicale). Un compromesso fragilissimo che, unito a molteplici incompatibilità caratteriali e intemperanze alimentate dagli abusi (in crescita esponenziale nel giro di poco tempo), rende sin dalla loro nascita gli Oasis una band che reca in sé i semi dello scioglimento; equilibri interni da subito talmente precari che, paradossalmente, gli appena competenti tre membri fondatori Paul Arthurs / Bonehead, Paul McGuigan / Guigsy e Tony McCarroll assumono il ruolo di (più chr spendibili) comprimari, con i Gallaghers a dividersi onori, oneri e sorti tra un vaffanculo e l’altro, praticamente fino ad oggi. Eppure, in quei primi giorni, già in mezzo a tanta turbolenza le canzoni fioccano una dietro l’altra, frutto di un’ispirazione da cui raramente il fratello maggiore sarà ancora benedetto lungo il suo cammino: classici come Live Forever, Slide Away e Supersonic prendono vita durante le sedute tra uno scazzo e una sbornia, tra un litigio e l’ennesimo hangover.
Al di là della bontà del materiale, ottenere il suono e le esecuzioni giuste si rivela però più arduo del previsto, complice anche la scelta da parte di Creation di un produttore dimostratosi inetto, David Batchelor, che al termine di una prima tornata di sessioni infruttuose presso i Monnow Valley Studios in Galles finisce inevitabilmente alla porta. Trovandosi in mano un album impubblicabile (una sorte condivisa, curiosamente, da altre band feticcio di Manchester; sia Joy Division che Smiths dovettero registrare da capo i loro dischi di debutto), McGee rispedisce i cinque ai Sawmills Studios in Cornovaglia, dove vengono incise le versioni definitive della maggior parte delle canzoni che comporranno Definitely Maybe sotto la supervisione di Mark Coyle, già live engineer della band. Per riprodurre un suono più fedele a quello dal vivo, vengono sovraincise tracce su tracce di chitarre innalzando un muro di suono poderoso su basi registrate in presa diretta (e non in ambienti separati, come aveva voluto Batchelor). Tuttavia non è ancora abbastanza: il suono continua a essere uno schifo.
La discesa in campo di Owen Morris, voluta come extrema ratio da McGee, sarà infine provvidenziale: negli studi di Manchester di proprietà di Johnny Marr l’ingegnere del suono (che si guadagnerà per giusti meriti il ruolo di produttore dei due multimilionari album successivi) remixa e masterizza quell’insieme informe di tracce in un lavoro di post-produzione che ha del miracoloso. Oltre a intervenire sulle batterie per renderle più “groovy” (i limiti oggettivi del povero McCarroll gli costeranno presto il posto, novello Pete Best), il suo espediente più controverso sarà l’uso della compressione per creare un suono il più saturo e, letteralmente, “spesso” possibile (in ingegneria del suono si impiega, non a caso, il termine brickwalled –“a muro di mattoni” – per indicare un’onda sonora schiacciata, senza picchi e dinamiche), il tutto masterizzato a volumi da loudness war.
Bam! Il gioco è fatto e, come dicevamo all’inizio, non è peregrino pensare che buona parte del successo del disco – e della band – stia anche in quella botta di suono, che corrisponde perfettamente al messaggio larger than life e alla mission, per così dire, degli Oasis. Che è quella di suonare più grandi e più grossi di tutti, per arrivare fino in cima e prendersi quel che c’è da prendere: un suono, insomma, che si sposa con una visione del mondo e delle cose (eccessi e droghe incluse, certo), e che è parte integrante del successo e della personalità della band.
Il tutto confermato dal confronto delle tracce edite con il bonus disc presentato nell’edizione deluxe per il 30esimo anniversario, contenente di fatto il Definitely Maybe alternativo registrato ai Monnow Valley Studios più diverse outtakes dalle sedute in Cornovaglia (e una chicca: la demo di Sad Song cantata da Liam): basti ascoltare la take originaria di Live Forever per rendersi conto della differenza gigantesca in termini di suono, grinta, attacco e visione (per quanto una grande canzone rimane una grande canzone, e pazienza se è costruita pedissequamente sugli stessi accordi di The Boy With The Thorn In His Side…); a spiccare su tutto al di là delle differenze soniche è la purezza delle esecuzioni vocali, a ricordare quanto a quella faccia da schiaffi di Liam si accoppiasse originariamente una voce d’angelo, presto scomparsa vuoi per esigenze di stile vuoi, ahilui, per stravizi; interessante poi, sentendo la pur bella versione di Up In The Sky, quanto l’idea di produzione originaria fosse molto più “classica”, con tanto di backing vocals beatlesiane e intrecci psichedelici di acustiche.
Una visione che tuttavia non poteva sposarsi con l’essenza vera di quelle canzoni, che era assoluta urgenza e voglia di riscatto miste all’arroganza (in)cosciente di chi non ha paura di spaccarsi i denti: riascoltandole ancora una volta, capisci ancor meglio – benedetto il senno di poi – quanto quell’apparato sonico-ideologico fosse stato innalzato per vincere una guerra, e non la sola battaglia del Britpop, con buona pace dei (loro malgrado) nemici Blur e di tutti gli altri contendenti. Semplicemente perché gli Oasis alla fine, giocarono un gioco loro e soltanto loro. A dirla tutta, al di là dei trionfalismi nazional-populisti (in odore di Blairismo) al momento dell’incoronazione nel 1996 (l’anno dei trionfi di Knebworth, simboleggiati dalla Union Jack sulla chitarra di Noel sfoggiata sul palco di Maine Rd., con il movimento musicale nato nel 1993 come baluardo ideologico-stilistico contro lo strapotere del grunge (rivolgersi, per chiarimenti, a Damon Albarn e soci e a loro Modern Life Is Rubbish) i Gallagher non hanno mai avuto così tanto a che fare. Va bene l’Inghilterra (e i riferimenti alla cultura Mod), ma loro erano destinati ad essere familiar to millions.
Parafrasando, sicuramente (forse) Definitely Maybe ha cambiato le carte in tavola e ha alzato la posta in gioco, in modo completamente diverso e imparagonabile rispetto a tutti gli altri antagonisti discografici coevi. Quei cinque furono i soli a riprendere in quel modo il glam rock più basico e lascivo (il calco T-Rex Cigarettes & Alcohol) spogliandolo di qualsivoglia ammiccamento e ambiguità sessuale, prendendo altresì come parametro quei Sex Pistols sempre tirati in ballo per attitudine e mai per stile, come se il canto di Liam non dovesse un bel po’ a Rotten e, come detto, le figure melodiche elementari di Noel a Jones; gli unici a rifarsi agli Stone Roses spogliandoli di qualsivoglia groove e lasciando soltanto l’attitudine drogata e in your face.
Quanto alla tanto discussa e innegabile discendenza Beatles, un bozzetto delizioso come Digsy’s Dinner (Sgt. Pepper’s ripassato al distorsore per un’ode alle lasagne: fantastico, no?) compensa una pressoché oggettiva latitanza di estro compositivo e competenza non dico equivalenti ma anche solo lontanamente paragonabili al modello (calchi e “omaggi” successivi inclusi). Altro tratto di questi Oasis primigeni è poi una psichedelia piuttosto primitiva ed efficace, sintetizzata da quella Bring It On Down (il pezzo che impressionò McGee) che lambisce lo shoegaze e lo sporca di Stooges, mentre sul versante opposto l’inattesa e irripetuta chiosa acustica di Married With Children, con una progressione che pare omaggiare (e forse sbeffeggiare) la Lithium dei Nirvana, sa sorprendentemente chiudere il programma con la dolcezza di una Afterhours di velvettiana memoria (niente di più distante, a pensarci bene, dalla boria insopportabile da lì a venire).
Non malissimo, in fondo, per un autore di canzoni all’esordio, portatore dell’intero fardello artistico (mentre il fratellino ci mette la faccia, la voce e tutto la resto, e scusate se è poco); nonostante i – non ce ne vogliate – sempre evidenti limiti di scrittura, spesso superati dal cuore e dalla spontaneità (vedi Sad Song, numero acustico in solitaria uscito solo nella versione in vinile, o la stessa Up In The Sky) quando non compensati con un paraculismo ai limiti dell’accettabile (Shakermaker, secondo singolo che inaugurò la serie delle tante accuse di plagio scarabocchiando il celeberrimo jingle Coca Cola I’d Like To Teach The World To Sing; o ancora meglio Columbia, il cui riff è rubato da un’insospettabile 12” house italiano del 1991, retaggio dei trascorsi rave del Nostro quando se la faceva all’Hacienda), in questa fase Noel Gallagher mantiene una ispirazione genuina, con l’astuto mestiere dei singoloni pigliatutto (e dei tanti filler) ancora in lontananza.
Che poi a vergare il suo nome nel grande libro dei songwriters basterebbero i summenzionati classici, Supersonic (in un beffardo gioco di date, il singolo d’esordio degli Oasis esce il 5 aprile 1994, in una surreale staffetta con l’altra grande band dei ‘90…), Slide Away (ballatona epica che avrebbe fatto la fortuna degli amici Verve nella loro fase di carriera successiva) e Live Forever, che come la Rock’n’roll Star citata in apertura potrebbe aprire e chiudere tutto il discorso intorno ai Gallagher, e al loro senso, in tre minuti. Ecco, se in fondo c’è un motivo per cui Definitely Maybe è passato alla storia è per aver fornito al pubblico una formula davvero alternativa al nichilismo di inizio decennio proveniente da Seattle: canzoni facili, immediate che sono, senza troppo fronzoli, un’affermazione della vita. Vivere per sempre: non è questo, alla fine, il sogno più grande?
Maybe you’re the same as me / We see things they’ll never see / You and I are gonna live forever
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