Recensioni

Dio creò i Sex Pistols e i Sex Pistols portarono la novella del punk a Manchester. Quando Johnny Rotten e soci suonarono alla Lesser Free Trade Hall il 4 giugno 1976 la storia era dietro le quinte e pregustava i discorsi post concerto di quella quarantina di giovani presenti in sala. Alcuni di loro avrebbero suonato nei Joy Division e negli Smiths, altri ancora avrebbero fondato un’etichetta. Poi arrivarono gli Stone Roses che negli anni Ottanta masticavano l’edonismo della piovosa Madchester sputandolo su un rock psichedelico. La band di Ian Brown radunò ventottomila fedeli in un sito di rifiuti chimici bonificato su un estuario del Cheshire in una domenica del 1990. E poi vennero gli Oasis.
La band dei fratelli Gallagher aveva debuttato nel 1994 con Definitely Maybe e l’anno successivo era arrivato (What’s The Story) Morning Glory?, una rapida consacrazione planetaria per il gruppo e un trampolino da cui la Cool Britannia ha definitivamente spiccato il volo. Gli Oasis erano il miracolo della working class settentrionale, la rivincita di Manchester sulla capitale londinese, il simbolo dell’indie che fa scoppiare la bolla del mainstream: i Blur avevano la Emi, loro la piccola Creation di Alan McGee. Quest’ultimo, che abbiamo intervistato tempo fa in occasione del film Creation Stories, aveva intravisto negli Oasis quello shining da ultima grande rock n’ roll band della storia. D’altronde, riferendosi a Liam Gallagher, ci ha confessato: «Quel ragazzo è nato per la grandezza».

È anche per tutto questo che Knebworth è molto più di un concerto. I due live del 10 e 11 agosto 1996 non sono entrati nella storia soltanto per quelle 250.000 persone, per le pose di Liam Gallagher e per i continui «This is history!» di suo fratello Noel. L’evento ha rappresentato lo zenith degli Oasis, che dopo si sono semplicemente montati la testa trasformando quella fame che li ha portati sul tetto nel mondo in pura megalomania: gli eccessi sempre più esasperati, i dischi – come il Be Here Now del 1997 – con mega produzioni e canzoni dalla durata infinita e la sensazione di stordimento derivata da Knebworth. McGee finirà addirittura in rehab, e a fare i conti con tutto questo è lo stesso Noel Gallagher a posteriori.
E poi il concerto dal punto di vista tecnico non è dei migliori. Nemmeno la scaletta è impeccabile: iniziare con Columbia, che non è stato nemmeno un singolo, lascia qualche dubbio se poi arriva il rullo compressore di Acquiesce. Anche il documentario non è perfetto, indugia troppo sui due fratelli – entrambi produttori – e si dimentica quasi degli altri tre musicisti saliti sul palco. L’attenzione è talmente concentrata sui Gallagher che anche gli open act (e che open act: Chemical Brothers e Prodigy, per citarne solo due) compaiono appena.

Ma quello che premia Oasis Knebworth 1996 di Jake Scott è la scelta di mettere al centro i fan e le loro storie. Così, la disperazione di chi è stato costretto ad ascoltare il concerto via radio si sovrappone all’estasi di chi era in prima fila, la commozione di una donna che ha perso successivamente il fratello col quale aveva partecipato all’evento a chi confessa di aver assistito per l’ultima volta a un live senza tablet e smartphone.
Il documentario è, ovviamente, una celebrazione – infatti seguirà merch e dischi in più versioni – ma ciò non deve distrarre lo spettatore e far dimenticare cos’ha significato Knebworth per un intero Paese. Era il periodo delle Spice Girls, degli Europei di calcio inglesi, delle commedie inglesi al cinema e della faccia beffarda di Ewan McGregor nei panni di Renton in Trainspotting, di Kate Moss e Naomi Campbell in passerella e di John Galliano e Alexander McQueen a ispirare il mondo della moda.

Il motto di quella Gran Bretagna era «things can only get better», un claim che sembra lontano anni luce nell’era della Brexit e nei giorni in cui la benzina torna a essere razionata, come succedeva durante il periodo thatcheriano. Oasis Knebworth 1996 mette ovviamente al centro la musica e raccoglie le testimonianze dei presenti, ma nei suoni distorti degli Oasis e nella tracotante sicurezza di cinque ragazzi incoscienti c’è la tradizione musicale di una città e la fame di chi vuole mangiarsi il mondo. E poi – soprattutto qui da noi dove i concerti non sono ancora come ce li ricordiamo – una marea di persone che canta all’unisono le stesse parole conserva quella potenza catartica che rivendica l’importanza del collettivo, del condividere un’emozione e sentirsi parte di un qualcosa. In questo caso, parte della storia.
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