Ride
Puntare al cielo con gli occhi fissi alle punte dei piedi
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Diego Ballani
- 18 Novembre 2014
All’inizio volevamo essere i Jesus & Mary Chain, i Sonic Youth, gli House of Love e i My Bloody Valentine tutto in uno
Andy Bell
Oxford boys
Un ritorno “telefonato” nel 2015, dopo quello di My Bloody Valentine e Slowdive, ma con non pochi elementi di interesse. Perché se è vero, che a Kevin Shields e soci spetta titolo di precursori e innovatori, mentre alla formazione di Neil Halstead va riconosciuta la profonda influenza sul pop più recente, fu il successo commerciale dei Ride a catalizzare l’attenzione di stampa e pubblico su un fenomeno all’apparenza velleitario come lo shoegaze. In prospettiva, i Ride sono la band che traghettò il pop indipendente dalle camerette degli adolescenti verso le charts; il punto di sutura fra il C86 e il Britpop. Gli Oasis erano ancora là da venire, quando Gardener e Bell assestavano il primo grosso colpo targato Creation, preparavano poderosi anthem come Leave Them All Behind e consentivano ad Alan McGee di investire in quel buco nero commerciale di Loveless. Non male per quattro imberbi studenti di Oxford, che all’epoca del debutto potevano appena dirsi maggiorenni.
I Ride nascono ad Oxford nel 1988 quando Mark Gardener, Andy Bell e Loz Colbert (tre studenti della Banbury College of Art) si ritrovano a condividere appartamento e collezione di dischi. C’è anche una ragazza con loro: è la fidanzata di Steve Queralt, un bassista che ha già suonato insieme a Colbert e che lavora nel negozio di dischi frequentato dagli altri tre, Our Shop. È lui a spacciare agli amici i vinili di gente come Spacemen 3, Loop, Dinosaur Jr, Pixies e Stone Roses. E non solo. Quando per la prima volta si ritrovano in una sala prove, dopo un breve consulto, i quattro attaccano con I Wanna Be Your Dog degli Stooges. «La scegliemmo quasi per caso – sottolinea Andy Bell – perché era un pezzo che conoscevamo tutti. Quando fai un pezzo di un’altra band ed esce fuori meglio dell’originale, vuol dire che c’è un’alchimia speciale […] Eravamo capaci di suonare un pezzo dei Beatles e poi lasciarci andare a lunghe jam strumentali».
Da quel punto in poi i quattro cercheranno sempre il loro peculiare modo di fondere melodia e rumore, romanticismo e “sturm und drang” sensoriale. È quello che fanno i Ride: costruiscono un ponte fra passato e presente preconizzando la musica del futuro, distorcono il folk rock dei 60s e il canto ieratico dei Byrds, immergono la tradizione celtica in una soluzione acida, per costruire inarrestabili flussi elettrici con cui disegnare scenari epici, che si espandono in lunghe e fluttuanti mura sonore e adornano le melodie come festoni natalizi.
Ci presentavamo come persone normali, come una band che voleva che i propri fans pensassero che anche loro potevano fare le stesse cose
Mark Gardener
Un’alchimia che dal vivo è letteralmente esplosiva. Bastano sei concerti perché le etichette si mettano alle loro calcagna. La prima è addirittura la WEA, che fa registrare alla band un provino ma che alla fine se la lascia soffiare dalla Creation (insieme a 4AD, la label prediletta del gruppo). All’epoca i quattro sono freschi della registrazione di una demo, realizzata a casa di Queralt e suonata a ripetizione dal dj Gary Crowley. La stessa che suscita l’interesse di Jim Reid dei Jesus & Mary Chain, il quale passa il nome del gruppo ad Alan McGee. Quando il manager londinese si presenta al concerto che i Ride tengono di spalla ai Soup Dragons, non vi sono dubbi su quale sia l’offerta che si aggiudicherà la band.
In quel momento la Creation sta vivendo un momento di impasse. Quello che fino a poco tempo prima era l’act economicamente più promettente, gli House Of Love di Guy Chadwick, ha appena firmato un contratto con la major Fontana, lasciando la label senza un gruppo di punta. L’entusiasmo intorno ai quattro di Oxford è così alto che molti all’interno dell’etichetta sarebbero disposti a proporre un accordo per ben sei dischi. McGee è molto più cauto. Si parte con un primo omonimo EP pubblicato a gennaio del ’90. Solo quattro tracce, tre delle quali già presenti sulla demo originale, che vedono protagoniste la melodia celtica di Chelsea Girl e la marziale Drive Blind, che grazie al riff distorto rubato a Picture of a Matchstick Man degli Status Quo, sembra un pezzo freakbeat suonato con la sega circolare. Risultato? La prima tiratura di 4.000 copie viene polverizzata quasi subito. Alla fine, con oltre 60.000 copie vendute, sarà il primo disco targato Creation ad entrare nella Top 75.
Cavalcando l’onda
Ancora meglio farà il secondo EP (Play) pubblicato appena tre mesi dopo. La melodia tersa di Like a Daydream, un “uber jangle pop” che vola sulle spire di uno dei assoli più evocativi mai realizzati da Bell, trascina il disco fino alla trentaquattresima posizione. Si tratterebbe del maggior successo di casa Creation, se poche settimane prima i Primal Scream non avessero fatto di meglio con la loro Loaded (#16). Poco male, perché in quel momento il caschetto dei Ride arriva nelle camerette degli adolescenti inglesi, costringendo pubblico e stampa a confrontarsi con il loro atteggiamento schivo e impacciato e spingendo il sensazionalista NME a coniare il termine “shoegaze” (per l’immobilismo che le band neo psichedeliche sfoggiano sul palco e la loro tendenza a fissare la nutrita pedaliera dei distorsori).
Non volevamo usare il palco come un trampolino per il nostro ego, alla maniera di grandi band del tempo come U2 e Simple Minds. Ci presentavamo come persone normali, come una band che voleva che i propri fans pensassero che anche loro potevano fare le stesse cose
Mark Gardener
Preceduto da un terzo EP (Fall, costituito da materiale che farà parte della scaletta dell’album), l’esordio sulla lunga distanza viene finalmente pubblicato ad ottobre. L’onda di Nowhere, una porzione di mare ritratta dal fotografo , è la metafora della situazione in cui si trova la band, il cui wall of sound quell’anno travolgerà tutto. Lo farà grazie a febbricitanti cavalcate elettriche come Polar Bear e Seagull (perfettamente bilanciate fra appeal pop e acide strutture free form) e a irresistibili melodie immerse nel vetriolo come quelle di Vapour Trail e Taste. Molto lo si dovrà all’affiatamento della sezione ritmica, agli ipnotici giri di basso di Queralt e all’inarrestabile drumming mooniano di Colbert. Dreams Burn Down, capolavoro del disco e apice della poetica del gruppo, è un muro di suono che si innalza come una cattedrale gotica, per poi collassare in un cumulo di macerie e ferraglia durante gli stacchi rumoristi. Lo shoegaze, in fondo, è tutto qui: nell’idea che si possa arrivare in paradiso su una scala di vetri rotti.
Ad un passo dal paradiso la band arriva davvero, con un undicesimo posto nelle classifiche degli album che la mette in condizione di pensare ad un follow up ambizioso. Persino di immaginare un doppio album che dovrebbe allargare lo spettro stilistico del gruppo. D’altra parte, l’EP uscito a marzo del ’91 (Today Forever) li aveva già visti rinunciare ai consueti assalti noisey per privilegiare delicate melodie elettroacustiche come quelle di Sennen. È così che nell’ottobre del ’91, i quattro si ritrovano in studio con il produttore Alan Moulder, per registrare le 25 canzoni che faranno parte del nuovo album. Solo pochi giorni prima è stato pubblicato Nevermind dei Nirvana, l’album che cambierà tutto, e che, fra le altre cose traghetterà l’interesse della stampa dalle vicende inglesi a quelle della costa ovest degli Stati Uniti. Le luci dello shoegaze sembrano spegnersi così come si erano accese. Ribattezzato ironicamente “The scene that celebrates itself”, il dreampop non ha mai goduto fino in fondo dei favori della critica, che lo ha accusato spesso di rappresentare un sfogo all’autocompiacimento dei giovani borghesi britannici. Ne sanno qualcosa gli Slowdive, il cui diafano romanticismo rappresenterà il bersaglio preferito di una stampa ammaliata dalle sirene del grunge.
Per i Ride, nel cui patrimonio genetico sta inscritta tanta parte del noise e dell’alternative rock a stelle e strisce, la situazione è differente. Sono pronti a ribadirlo con un singolo mozzafiato come Leave Them All Behind, il cui ascolto in anteprima lascia Alan McGee letteralmente estasiato. Aperto da uno sfarfallio di synth alla maniera di Baba O’Riley, il brano è un gigantesco mantra che mescola elegantemente noise pop e stadium rock, riuscendo ad imporsi nelle charts nonostante la durata superi abbondantemente gli otto minuti. Going Blank Again, l’album che per volontà della concessionaria americana Sire finirà per essere singolo, è un distillato di potenziali hit. A partire da Twisterella il cui riff acido, parla già il verbo britpop. Il fluire anarchico dell’elettricità mostrato su Nowhere, viene ora disciplinato in brani più organizzati ma non per questo meno audaci. È il caso di Cool Your Boots, coloratissimo marchingegno noise pop che si spande per sette minuti in spirali colorate. Per certi versi Going Blank Again è un album vecchio stampo, che introietta il rumore di fine millennio e lo elabora in pastiche kinksiani (Making Judy Smile), allucinati frammenti psycho beat (Not Fazed) e poderose power pop song (Time of Her Time). Una scaletta inossidabile di temi che fungeranno da calco per l’indie pop di tutto il decennio e che si spingerà fino alla quinta posizione della classifica.

[Tarantula] È un disco che non conosco così bene. Non ricordo nemmeno la tracklist
Mark Gardener
L’offensiva del Britpop
È a quel punto che i Ride si imbarcano in un lungo ed estenuante tour mondiale che ne esaurisce le energie e li lascia alla mercé di uno dei quesiti più imbarazzanti con cui si possa avere a che fare dopo aver realizzato un disco di successo. Che fare? Un interrogativo pericoloso, nel momento in cui nuove e agguerritissime band (a partire dai Suede) stanno cannibalizzano l’attenzione di stampa e pubblico. Quando riappaiono sulle scene, dopo circa un anno di assenza, lo fanno con un sound che si è lasciato quasi completamente alle spalle il muro di distorsioni. Purtroppo quel che resta sono innocue canzoncine dal taglio 60s, che fanno pendant con il look mod oriented che il gruppo si è ritagliato. Col senno di poi, va riconosciuto a Carnival of Light di avere i suoi buoni momenti, soprattutto nelle melodie ispirate di 1000 Miles e nei sognanti jangle pop di Natural Grace e Magical Spring (quella che più richiama le atmosfere conturbanti di Going Blank Again). C’è pure una cover: una deragliante versione di How Does It Feel To Feel dei Creation che per un momento riporta i feedback in primo piano e li segnala come veri prosecutori del verbo freakbeat. Il problema dell’album, oltre all’eccessiva rilassatezza e all’evidente mancanza di direzione, è il fatto di essere amleticamente diviso in due parti. Su un lato i pezzi di Gardener e sull’altro quelli di Bell. Una scissione non casuale, che lascia intravedere opinioni sempre più divergenti fra i due maggiori compositori del gruppo.
Le tensioni arrivano al punto di rottura nel ’96 proprio durante le registrazioni del quarto album. Su Tarantula il contributo di Gardener (vuoi per una crisi creativa, vuoi per il fatto che lascerà il gruppo proprio durante le registrazioni) resta confinato a due soli pezzi. «È un disco che non conosco così bene», ammetterà anni dopo. «Non ricordo nemmeno la tracklist“. La parabola dei Ride si chiude nel peggiore dei modi, con un album che replica stancamente i cliché del rock dei 70s facendo sembrare gli Oasis come dei raffinati chansonnier. Troppo brutto persino per la Creation (all’epoca ben più affaccendata dietro i fratelli Gallagher) che non si degnerà neppure di promuoverlo e che lo ritirerà una settimana dopo la pubblicazione. All’uscita del disco, tuttavia, la band è già storia.
Gli anni seguenti vedono Bell e Gardener impegnati a scacciare i fantasmi dei Ride con alterne fortune. Il primo ci riuscirà cavalcando quel che resta del britpop, dapprima con i pallidi Hurricane #1 (due album al loro attivo), quindi cooptato nel ruolo di bassista nella corazzata Oasis. Infine, dopo la diaspora del 2009, seguirà Liam Gallagher nei deludenti Beady Eye. Per avere notizie di Mark Gardener bisognerà scavare un po’ più a fondo. Dopo uno sfortunato tentativo, insieme a Loz Colbert, di fondere pop rock e sonorità electro nel progetto Animalhouse, inaugurerà una serie di interessanti collaborazioni che si consumeranno per lo più lontano dai riflettori. Nel 2005 pubblicherà il primo disco solista (l’interlocutorio These Beautiful Ghosts), ma la verità è che quando, dopo la prima serie di date che li vede protagonisti dei principali festival, i ricostituiti Ride annunciano di voler pubblicare un nuovo album, nessuno sa esattamente cosa attendersi da loro.

[Il nuovo album] Sarà in parti uguali Motörhead e William Basinski
Andy Bell
Ricominciare a sognare
Le cose si fanno ancora più misteriose nel dicembre del 2016. In quell’occasione la band lascia trapelare notizie, dicendo di essere al lavoro con il produttore e DJ Erol Alkan (già visto di recente in azione con il progetto psych retrofuturista Beyond The Wizards Sleeve). Fanno sapere anche che il nuovo album ha un range di ispirazioni che vanno dall’irruenza dei Motörhead alle suggestioni ambient di William Basinski.
Pochi mesi dopo, il 22 febbraio 2017, il nuovo corso si concretizza nelle staffilate soniche di Charm Assault e nella sinfonia per voci mesmeriche Home Is a Feeling. Fanno seguito, il 26 aprile, le progressioni ritmiche di All I Want. Un quarto singolo (Lannoy Point) precede di pochi giorni l’uscita dell’album Weather Diaries. Il nuovo lavoro arriva ad appena un mese di distanza da quello con cui gli amici Slowdive hanno siglato il loro ottimo ritorno sulla scena. Ancor più di Neil Halstead e soci, però, i Ride sembrano essere intenzionati ad aprire un nuovo capitolo artistico. Il punto di partenza è la psichedelia estatica di Going Blank Again, che secondo Bell aveva segnato il punto più alto della parabola della band. Su quelle premesse il gruppo elabora un sound più spazioso e definito, a cui il massiccio utilizzo di synth analogici e ritmiche kraut conferisce un persistente sapore retrofuturista. Con il prezioso contributo di Alkan, quello di Weather Diaries rappresenta un ritorno smagliante per i Ride, che nel corso delle interviste sostengono di essere nel pieno di nuova fase creativa e di voler dare un seguito alla storia del gruppo.
A conferma di quanto detto, il 16 Febbraio 2018 viene pubblicato l’Ep Tomorrow’s Shore, quattro brani che per densità qualitativa superano addirittura Weather Diaries e rifiniscono l’idea sonora dei Ride del nuovo millennio. Difficile parlare ancora di shoegaze, il loro è piuttosto uno psycho pop estremamente attuale nella sua smania retrospettiva. L’Ep si apre con Pulsar, marcia lisergica che più di ogni altro dei nuovi brani si ricollega melodicamente ai Ride di Going Blank Again; Keep It Surreal è un power pop romantico, condotto su ritmiche motorik ed estemporanee progressioni del solito Loz Colbert. Ancora meglio fanno gli ultimi due pezzi in scaletta. Il primo, Cold War People, è graziato da una melodia beatlesiana disciolta nell’acido alla maniera delle band targate Elephant 6. Catch You Dreaming chiude il disco lanciando definitivamente l’astronave Ride in un’altra galassia. Si tratta del pezzo in cui più di ogni altro si avverte il tocco di Erol Alkan, che priva la band delle chitarre e la spinge nello spazio su flussi di morbida elettronica analogica che suonano come house music eseguita dai Kraftwerk. Con ogni probabilità un ciclo si chiude, ma la curiosità di capire quale sarà la prossima mossa è tanta e questo può già prefigurarsi come una vittoria da parte di Mark Gardener e soci.

Nuove traiettorie
La mia ambizione resta quella di realizzare un album alla Daydream Nation
Andy Bell
Nel marzo del 2019 la band annuncia di aver già terminato di registrare un nuovo album a cui hanno partecipato, oltre al solito Erol Alkan, anche il produttore Alan Moulder.
Abbiamo iniziato a lavorarci all’inizio del 2018. Subito dopo essere tornati dal tour asiatico. Non era stato pianificato di far uscire un nuovo album così presto, ma le nuove canzoni sono venute fuori così in fretta che non abbiamo resistito. Sia Erol che Alan Moulder sono diventati ormai elementi essenziali del suono dei Ride, non riuscirei a immaginare di realizzare un album senza di loro.
Andy Bell
Per il disco erano inoltre state pensate alcune collaborazioni femminili ma la band ha poi scelto diversamente.
Adoro artiste come Charlotte Gainsbourg e Fever Ray, penso che le loro voci possano adattarsi perfettamente ai nostri pezzi. Erano entrambe sulla nostra lista di collaborazioni per il nostro album, ma poi abbiamo dimenticato di dar seguito alla cosa
Andy Bell
Così come la discussione politica sulla Brexit ne ha senz’altro influenzato la stesura, seppur i testi trattino l’argomento un modo indiretto.
Da quando Weather Diaries è stato pubblicato ci siamo sentiti in dovere di commentare. La Brexit ha consumato il nostro paese e non dovrebbe essere una sorpresa per nessuno il fatto che io sia fra quelli che vorrebbe rimanere in Europa. Sono disgustato dalla politica dei Tory e dalla risposta dei Laburisti. Al momento non sono sicuro che ci sia un partito in cui possa riconoscermi. Ad ogni modo il nuovo album parla più di situazioni personali, anche se molte cose possono essere lette come ulteriore commento su Brexit e alla situazione politica mondiale
Andy Bell
Quel che conta è che con This Is Not A Safe Place i Ride ripartono da dove li avevamo lasciati, seppur con una nuova confidenza nel maneggiare l’elemento elettronico.
È come se con Weather Diaries avessimo approntato un nuovo campo base e se con il nuovo album fossimo ripartiti da quel punto. Ad ogni modo questo non è assolutamente il tipo di album elettronico che era Weather Diaries. Certo ci sono momenti in cui abbiamo deciso di aggiungere synth e cose del genere. In quel caso di ci siamo rivolti ad Erol e al suo June 6
Andy Bell
E quel che è certo è che con lo squisito guitar pop byrdiano di Future Love l’astronave Ride abbandona la nebulosa shoegaze per abbracciare una psichedelia più moderna e sfaccettata, che trova continuità con il vecchio repertorio grazie alle limpide armonie vocali.
Non ho niente contro lo shoegaze, tutto quello che ha portato la gente ad ascoltare la nostra musica è una grande cosa. Ancora oggi se dovessi descrivere la musica dei Ride direi: sembriamo i Beatles con un aspirapolvere acceso nelle vicinanze
Andy Bell
Nella musica della band melodia e rumore continuano a scontrarsi generando grandiose canzoni pop, ma questa volta a predominare è l’atmosfera tecnologica. Il nuovo corso sta tutto fra lo sferragliare funk industrial di R.I.D.E. e del singolo Repetion, ma anche nel modo in cui brani come Eternal Recurrence indugiano sul versante dreamy con inusuale nitore. Manca forse il pezzo killer, ma l’autorevolezza del loro sound è più impressionante che mai.
La mia ambizione resta quella di realizzare un album alla Daydream Nation. Un tentacolare e indulgente album noise rock. Ma questo è appena uscito e quest’idea dovrà attendere ancora un po’
Andy Bell
Forse proprio per dare sfogo alle proprie velleità più sperimentali, nell’ottobre del 2019 il chitarrista pubblica il suo primo singolo autografo. Si tratta di Plastic Bag, stampato in sole 300 copie il Single Club della Sonic Cathedral: un etereo pezzo pop di ispirazione ambient, con droni chitarristici e glaciali note di piano.

Una pausa forzata
Il 2020 segna un inevitabile rallentamento nell’attività dei Ride. La pandemia congela i live della band e impedisce pubblicazioni immediate, tranne che per Clouds in the Mirror, pubblicato nell’aprile dello stesso anno: una reinvenzione ambient e visionaria di This Is Not a Safe Place curata da Pêtr Aleksänder. Non un vero e proprio nuovo album, ma un esperimento di “reimmaginazione” che ha pregio di evidenziare la crescente apertura del gruppo verso atmosfere orchestrali, minimaliste e cinematiche.
A partire dalla fine dell’anno, ad emergere è soprattutto Andy Bell, che, come prima mossa, sfrutta la pausa forzata per completare il suo primo album solista The View from Halfway Down, uscito a ottobre 2020 per Sonic Cathedral. L’album, il cui titolo è tratto da un celebre episodio della serie animata BoJack Horseman incentrato sul suicidio, è in realtà frutto di una lunga gestazione e rappresenta una sorta di concept sul tempo, sulla memoria e sulla possibilità di cambiare. Secondo Bell, la morte di David Bowie nel 2016 ha innescato in lui il desiderio di non procrastinare ulteriormente la pubblicazione del proprio materiale.
Dopo la morte di Bowie ho capito che dovevo smettere di rimandare. Avevo accumulato demo, idee, bozze per anni. All’improvviso mi è sembrato urgente finirle, dar loro una forma. Non avevo più voglia di aspettare il ‘momento giusto’
Andy Bell
Musicalmente, l’album si allontana dal wall of sound dei Ride, per abbracciare una forma di pop psichedelico più elegante e minimale, costruita su arpeggi acustici e synth aerei, con influenze spaziano dal folk psichedelico britannico (Kevin Ayers, Syd Barrett) alla cosmic music tedesca (Cluster, Harmonia), con qualche melodia che rimanda al britpop più introspettivo. Brani come Love Comes in Waves, il singolo apripista, rappresentano una sorta di mantra pop a base di ritmiche metronomiche, chitarre circolari e una voce che la percorre per tutto il suo corso come un’eco lontana. Skywalker alterna accenti tribali e dilatazioni cosmiche, mentre Cherry Cola si muove tra glam-pop e arrangiamenti da colonna sonora francese anni ’70. La conclusiva Heat Haze on the Surface of the Road è il brano che più di ogni altro apre nuove prospettive creative di fronte a Bell. Si tratta di una ballad strumentale, in cui l’elemento elettronico, delicatamente psichedelico, virtuosamente “kraut” e squisitamente pop, racconta di un desiderio di esplorazione verso nuovi territori che finirà per influenzare inevitabilmente la traiettoria dei Ride
Frattanto, critica e pubblico accolgono The View from Halfway Down con entusiasmo silenzioso ma crescente. In particolare sono le doti cantautoriali di Bell, per troppo tempo rimaste sepolte sotto la coltre di feedback, a sorprendere. Fra i vari commenti, spuntano persino accostamenti con il songwriting di Damon Albarn, per la capacità di fondere pop e sperimentazione senza perdere accessibilità.
Per Bell è solo l’inizio di una frenetica attività solista che in meno di un anno frutta ben due album. Se The View from Halfway Down mostrava il lato più riflessivo e cantautorale di Andy Bell, Pattern Recognition, pubblicato nel 2021 sotto lo pseudonimo GLOK, è l’esatto opposto: un viaggio strumentale e visionario nelle trame dell’elettronica analogica, dove krautrock, techno, ambient e psichedelia si fondono in una narrazione coerente ed evocativa. L’esordio vero e proprio del progetto era arrivato nel 2019 con Dissident, un album acclamato dalla critica specializzata e pubblicato dalla label indipendente Bytes. Con Pattern Recognition, Bell raffina e amplia la visione, componendo un’opera ipnotica che richiama tanto i NEU! e gli Harmonia quanto i momenti più cosmici dei Primal Scream di Vanishing Point.
Per me GLOK è il posto dove vado a suonare senza chitarre e senza canzoni. È uno spazio libero da aspettative vocali o narrative
Andy Bell
Le tracce si sviluppano come sequenze cinematiche, con lunghe progressioni sintetiche, beat pulsanti, arpeggi e field recordings. In Maintaining the Machine, una collaborazione con Sinead O’Brien, spoken word e motorik si intrecciano in un affresco post-industriale. Brani come The Heart of the Nation o Entanglement suonano come colonne sonore di un’utopia perduta o di un rave dimenticato, tra suggestioni sci-fi e memorie analogiche. L’album rappresenta un tassello fondamentale per comprendere l’universo artistico post-Ride di Bell: un luogo di esplorazione pura, senza melodie vocali, ma non per questo meno espressivo.
Con Flicker, pubblicato l’11 febbraio 2022 sempre per Sonic Cathedral, Andy Bell firma il suo secondo album solista “ufficiale” e si spinge ancora più in profondità nella propria identità artistica. Se The View from Halfway Down era un disco sulla soglia del cambiamento, Flicker è un lavoro sulla continuità e sul dialogo interiore: un doppio LP di venti tracce per 78 minuti di musica, che riprende demo scritti tra il 1999 e il 2020 e li ricompone come se fossero lettere da un sé passato a un sé presente.
Flicker è una conversazione con me stesso vent’anni fa. Alcune delle cose che avevo scritto allora sono quasi delle profezie, come se mi stessi parlando dal passato. All’inizio pensavo fosse un disco sulla mortalità, invece è diventato un disco sulla sopravvivenza
Andy Bell
Musicalmente, Flicker è il lavoro più ricco e stratificato della carriera solista di Bell. Laddove The View… si costruiva per sottrazione, Flicker si apre alla complessità: canzoni chitarra e voce convivono con episodi orchestrali, giri folk-rock alla Gene Clark, memorie britpop e sì persino shoegaze, anche se nella sua forma meno ombelicale. Il filo rosso è la psichedelia pop, ma declinata con una sensibilità introspettiva, dolente, quasi diaristica. Brani come Something Like Love, World of Echo e Love Is the Frequency mescolano riverberi, melodie acustiche e impasti vocali che evocano un Paul Weller in acido o un Elliott Smith in orbita attorno a Saturno. C’è anche spazio per una canzone dedicata a David Bowie, Way of the World, che chiude il disco come un tributo silenzioso ma sentito.
L’accoglienza della critica è entusiasta: il lavoro monumentale fatto da Bell per costruire un affresco psichedelico, umorale e sfaccettato trova un plauso pressoché unanime, tanto che ci si inizia a interrogare su quali protrebbero essere le conseguenze di questa nuova libertà artistica sul futuro dei Ride.
Nel frattempo, anche Steve Queralt, storico bassista della band, esordisce nel 2022 con un EP dal titolo Sun Moon Town, realizzato in collaborazione con lo scrittore e filmmaker Michael Smith. Sun Moon Town nasce come esperimento di decostruzione sonora: niente chitarre distorte, nessuna struttura canzone tradizionale, ma trame strumentali sospese tra post-rock e paesaggi elettroacustici. Lo stesso Queralt descrive il processo come un atto di “terapia creativa” per superare l’ansia da palcoscenico e la percezione di sé come “il bassista silenzioso”.
Interplay
Nel 2024, anche i Ride tornarono sotto i riflettori. Interplay, il loro settimo album in studio, e uno dei più ambiziosi dal loro ritorno sulle scene. Composto e registrato tra Londra e l’Oxfordshire durante la pandemia, il disco vide la produzione affidata a Richie Kennedy, con mixaggio di Claudius Mittendorfer.
Come accaduto per gli Slowdive di everything is alive, anche per i Ride tutto cambia affinché nulla cambi. Com’è naturale che sia, il motore creativo della band pare essere Andy Bell, che trasferisce sul nuovo album della band alcune delle intuizioni sperimentate nel progetto GLOK e nei suoi lavori solisti.
Peace Sings apre dunque l’album con gli intrecci vocali che abbiamo imparato ad amare dai tempi dei primi EP, ma questa volta ad attenderci, anziché il wall of sound elettrico, ci sono tappeti di synth e chitarre che tracciano linee luminose nell’oscurità. Last Frontier gode degli stessi bassi hookiani e di una melodia ancora più marcatamente alla New Order.
Le ritmiche squadrate sacrificano un po’ l’estro di Loz Colbert, ma corroborano l’immaginario space rock che la band si è ritagliata nella sua seconda parte di carriera. Con i sei minuti della splendida Light in a Quiet Room (uno dei brani centrali dell’album), la psichedelia abbandona le radici wave per concentrarsi sulla ripetitività e sull’isolazionismo ipnotico. I synth analogici ronzano alla maniera degli Spacemen 3, la melodia si distende circolare ad un passo dalla stasi, prima di un finale rumoristico che suona come una concessione agli orfani di classici della band come Dreams Burn Down.

È un album che riporta tutto a casa, Interplay, anche se non come ci si aspetterebbe. Più che tornare alle proprie radici, Bell e Gardener scelgono di guardare alla musica che circolava nei loro anni formativi, a influenze rimaste sopite e che in questa nuova fase artistica trovano libero sfogo. Una cosa che risulta tanto più chiara in brani come I Came To See The Wreck, costruita su dinamiche electro dark che rimandano direttamente ai Depeche Mode. Ma anche le interlocutorie Sunrise Chaser e Midnight Rider parlano il linguaggio pop degli 80s, seppur opportunamente ammantato di allure psych. Inevitabilmente, si sconta qualche passaggio a vuoto nella seconda parte del disco.
Essaouira viene sussurrata da Gardener all’interno di un ecosistema sonoro minimale, che si sviluppa attorno ad un loop elettronico e ad un pattern di batteria firmato da Loz Colbert, ma i suoi sette minuti di durata non giovano al risultato finale. Stay Free è un macigno dark folk dall’umore plumbeo che si avvita su se stesso come un’invocazione sospesa. Cosa che succede anche nella successiva Last Night I Went Somewhere To Dream, anche se in questo caso la luce che irrora il chorus la trasforma in un inno che vivrà di vita propria in sede live. Si tratta di frammenti che non incidono sulla riuscita dell’album. Anche perché con brani come Portland Rock e Monaco i Ride dimostrano di essere in forma smagliante. Dinamici e focalizzati come poche altre volte prima d’ora. La chiusura programmatica di Yesterday is Just a Song (meraviglioso aiku pop, su droni sintetici) può suonare didascalica, ma è quanto mai legittima per una band che scegliendo di non suonare sempre uguale a se stessa ha prodotto uno dei dischi più densi e affascinanti della sua ultra trentennale carriera.
Il disco riceve ottimi consensi: Pitchfork lo premia con un 7.8, parlando di “una fusione riuscita tra la malinconia epica degli esordi e una nuova fiducia nel presente”, mentre The Guardian scrive che: “I Ride continuano a costruire il proprio futuro invece che vivere di rendita”. Per molti critici, Interplay segna il miglior capitolo della band dai tempi di Going Blank Again.
Nel corso del 2024, la band intraprende un lungo tour europeo, culminato in una serie di date con i Slowdive e i Lush in una simbolica “Shoegaze Renaissance Tour”. Parallelamente, le attività soliste proseguono: Bell pubblica a sorpresa Strange Loops, una raccolta di B-side e outtake di GLOK, mentre nel febbraio del 2025 arriva anche il nuovo album a proprio nome (Pinball Wanderer), a conferma di una ritrovata vivacità artistica.
Ma a scuotere i fan della band (e del pop britannico, in generale) è la notizia, ufficializzata nell’autunno del 2024, della reunion degli Oasis. Inizialmente l’annuncio è scarno, limitandosi a confermare il ritorno della band per una serie di date celebrative nel 2025. Nessuna informazione trapela sulla lineup, ma le speculazioni si moltiplicano. Solo nei primi mesi del 2025 arriva la conferma ufficiale: Andy Bell sarà della partita, riprendendo il suo ruolo di chitarrista nella formazione riformata da Liam Gallagher. Un ritorno che chiude idealmente il cerchio con una delle stagioni più controverse della carriera di Bell e che, inevitabilmente, apre nuovi interrogativi sul futuro immediato dei Ride.
Eppure, il fermento creativo attorno alla band non accenna a rallentare. Il 13 giugno 2025, Steve Queralt pubblica il suo primo disco solista, Swallow. L’album si prefigura come un viaggio prevalentemente strumentale tra post-rock, atmosfere cinematografiche (ispirate a colonne come Blade Runner) e richiami alla new wave anni ’80, con omaggi espliciti ai Joy Division e ai Mogwai.
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