Recensioni

Fermi tutti! Perché Noyz Narcos (il solito buon vecchio Emanuele Frasca), romano fracico, non particolarmente simpatizzante di polizia e istituzioni e “verano zombie” della Città Eterna, ci ha appena ricordato che si può ancora fare un disco hip hop dai grandi numeri senza infarcirlo per forza di contaminazioni pop, ritornelloni ad effetto e formule algoritmiche. Una follia, e per fare una follia, di questi tempi asciutti, basta poco.
Eppure è così: “Er Noyz”, con il suo timbro da fumatore incallito e rissaiolo facile, il suo flow seghettato, sporchissimo, trito e ritrito, e la sua solita retorica da scorbutica vita capitolina, torna ad abbozzare un mondo di cui in fondo conosciamo coordinate, atmosfere e ideologie, ma che non siamo davvero pronti a seppellire. E, nonostante il recente, grandioso omaggio-pastiche della Lovegang126 al rap romano in tutte le sue possibili derivazioni, è Frasca il vero traghettatore di funk romano (così definivano i Colle Der Fomento lo stato mentale di un artista capitolino) nel soporifero urban di oggi.
Funny Games, decimo disco di Frasca in collaborazione con il producer Sine (già presente in CVLT e VIRUS), conferma il tipico compendio tra hardcore sudaticcio e lustro mainstream, tra lo sguardo rabbioso del suo protagonista e gli altari luccicanti che lo circondano. In questo caso: Madame, Guè, Kid Yugi, Papa V e Nerissima Serpe, Jake La Furia, Achille Lauro, Shiva, oltre a lussuosi ospiti d’oltreoceano (Conway The Machine, al suo secondo feat con un italiano dopo la collab con Jack The Smoker l’anno addietro) e amici di strada (Gast, ex TruceKlan, lo stesso collettivo in cui ha sguazzato Narcos). L’album cita l’omonimo, geniale thriller psicologico di Michael Haneke, pellicola con cui il regista austriaco metteva a nudo il rapporto malsano tra pubblico cinematografico e violenza, accusando lo spettatore di sadismo e complicità nella degenerazione, disintegrando la quarta parete.
Come il film di Haneke, infatti, Noyz tenta di traghettare l’uso della violenza da linguaggio espressivo (costante nella sua musica, da Verano Zombie in poi) a tema meta-testuale per riflettere di certe logiche di spettacolarizzazione del sangue e favoreggiamento da parte dell’ascoltatore di una brutalizzazione fittizia dell’idioma rap. Con un intento sicuramente progettato (oltre al film di Haneke, le citazioni ad Arancia Meccanica e alcune pellicole splatter non sono di certo casuali) ma mai realmente perseguito fino in fondo, Noyz ha comunque spazio e tempo di dedicarsi alla solita ricetta: il marcio delle periferie, lo spleen diffuso che diventa violenza, la mancanza d’aria che diventa mancanza di sogni, il materialismo come sola via di fuga, senza tralasciare umorismo, rime, punchline, celebrazioni, passaggi più disinteressati.
Nel boom bap rognoso di IL MIO AMICO, ad esempio, Narcos e Kid Yugi tentano di abbozzare una sociologia di quest’uomo degradato e bestiale delle periferie, tra droghe, armi e paradisi artificiali. Una piccola, sensazionale dimostrazione di come il conscious vada letto dietro le righe di un pezzo in apparenza stradaiolo e celebrativo. La title track assume invece toni horrorcore e cosparge di sangue le strade di città, con un certo sadismo autocritico: “Al mio tre dite tutti ‘Cheese’, poi sparo / non captavano i segnali nel mio diario / non ho storie a lieto fine nelle mie rime / solo frammenti di carnefici–”.
Saranno i momenti più introspettivi, Lacrime e Sorrisi e Pazza Idea (con uno psichedelico Achille Lauro), ad ammorbidire l’atmosfera e a incrinare la corazza, permettendo a Narcos di parlare finalmente da Emanuele, delle sue inquietudini e delle sue speranze: di un’identità che altrimenti rischierebbe di scomparire dietro la maschera, quella dell’artista affascinato dalla violenza ma che da quest’ultima ha ricevuto tante botte.
In questo gioco tra spettacolarizzazione del violento e asprissima disillusione, lo stile totalmente monocromatico di Noyz diventa la solita arma a doppio taglio che quando colpisce fa tutta la differenza del mondo ma che rischia in continuazione di auto-flagellarsi e cadere nell’ingranaggio (Il trittico iniziale per esempio, ULTIMO BANCO – JOHN BELUSHI – BACK AGAIN, è troppo simile a sé stesso per restare davvero impresso). Alla fine, nemmeno KUSH & METH, con il suo irresistibile blues rap di periferia, o BLOODYMARY, con il solito grande Jake La Furia in veste di veterano vissuto e imbattibile, e l’inquietante cinismo d’oltreoceano di Conway The Machine (“A shot open up your heart, I see the fear inside”), riescono a evitare che Funny Games sembri più una reiterazione del Noyz più classico, pur con certi highlights che rischiano di scomodare i più amati in carriera.
Il decimo del veterano romano non è né un punto di svolta in carriera, né una vera e propria riflessione sul rapporto violenza-industria dello spettacolo, né tantomeno un manifesto consacrante di hardcore romano. Parliamo però di che cos’è: una (piccola, localizzata) riapproprazione delle strade da parte del mainstream, un rifiuto dei compromessi nel gioco degli algoritmi, un revival hardcore pulito e maturo. In fondo Noyz Narcos, che lo ami o lo odi, è come quel film di cui conosciamo benissimo ogni sequenza e colpo di scena, ma dal quale non siamo ancora pronti a staccarci.
Amazon
