Recensioni

Pensare a Nick Drake ad Algeciras, sulla Costa del Sol, estate del 1971, è strano. Si stava avvitando da mesi in una depressione perniciosa, a stento tenuta sotto controllo dagli psicofarmaci. Quella primavera non era stato facile convincerlo a farsi visitare, ad affidarsi alle cure degli psichiatri e ricoverarsi al Saint Thomas’ Hospital. Anche Joe Boyd, contattato dai sempre più allarmati familiari di Nick, fece opera di convincimento con una telefonata che il produttore statunitense ricorda non senza costernazione: “fu terrificante”, scrive nel memoir Le biciclette bianche, “i suoi modi incerti erano sempre sembrati uno scudo alla sua interiorità (…). Ora sembrava tutto frantumato, sia lo scudo che l’interiorità. Sembrava spaventato”.
Qualche mese prima Boyd si era trasferito negli USA dopo avere venduto la Wichseason alla Island di Chris Blackwell: una scelta economicamente e artisticamente comprensibile che però aveva provocato l’innalzamento di un paio di tacche del livello di solitudine e disperazione di Nick, che in Joe vedeva una sorta di padre putativo, forse l’unica persona che aveva sempre dimostrato di credere nel suo talento e di cui in definitiva potesse fidarsi.
Ed era vero: Boyd chiese infatti a Blackwell di non abbandonare Nick, di proteggerlo. Blackwell, dal canto suo, adorava Five Leaves Left e Bryter Layter, ma era ben consapevole che da Nick non avrebbe potuto ricavare molto, anche a causa della sua indole inspiegabilmente refrattaria alle prassi dello show business. Tuttavia, malgrado fosse un imprenditore fatto e finito, mantenne la promessa fatta a Boyd: oltre a concedere una piccolo vitalizio a Nick, una volta venuto a conoscenza quanto la depressione lo stesse debilitando gli offrì di passare qualche settimana di buen retiro estivo nella sua villa spagnola. Ad Algeciras, appunto. Sulla Costa del Sol.
Una mossa generosa che, vista nella prospettiva degli anni, somiglia a un tentativo grezzo e anche un po’ aleatorio di strappare Nick alla sua stessa prigione. Non è dato sapere cosa sia accaduto durante quelle settimane sul Mediterraneo: con ogni probabilità sono da escludere i bagni in mare e di sole, visto che al rientro in patria Nick non aveva perduto il consueto pallore. Ma qualcosa evidentemente era successo, dentro o fuori di lui, perché nell’ottobre del 1971 si mise in contatto John Wood, ingegnere del suono dei Sound Techniques di Londra, per informarlo che aveva intenzione di registrare alcune canzoni.
Wood era un altro destinatario delle raccomandazioni di Boyd: qualunque cosa Nick Drake gli avesse chiesto di incidere, lui avrebbe dovuto mettersi a disposizione. Andò così che in una tarda sera – pare vicino a mezzanotte – di quello stesso ottobre, Nick si presentò al numero 46 di Old Church Street, armato solo della fedele chitarra acustica Guild. Assistito da Wood, incise in due sole, brevi sessioni le undici canzoni che sarebbero finite in Pink Moon. A parte qualche nota di piano (nella title track) aggiunta dallo stesso Drake, nel terzo album di Nick non c’è altro che questo: la sua voce e la sua chitarra.
Sottrazione è un termine chiave. Le difficoltà incontrate durante la lavorazione di Bryter Layter, tante da far slittare di quasi un anno la sua uscita, riguardarono principalmente gli arrangiamenti. Stiamo parlando di un disco meraviglioso anche in virtù delle splendide orchestrazioni curate dal vecchio amico Robert Kirby (e, in due brani, da John Cale), ma che in un certo senso conteneva tutto ciò che Nick considerava ormai un intralcio tra sé e la manifestazione della propria musica. Non era più disposto ad affrontare i problemi legati alla produzione, la complessa quadratura degli arrangiamenti, persino i dubbi legati alla grafica e all’immagine di copertina. Non poteva più sopportarlo. Colpa dell’insuccesso? Certamente l’insuccesso fu un elemento decisivo. Più probabilmente, l’insuccesso fu una certificazione: della sua inadeguatezza.
E lui, Nick, lo sapeva: il ragazzone che stava sul palco come in assenza di sé, lasciando passare lunghi minuti tra un pezzo e l’altro per accordare la chitarra fino a snervare il pubblico, quello che parlava per monosillabi, il tipo dinoccolato la cui bellezza era inversamente proporzionale alla capacità di stringere relazioni affettive, l’autore di melodie trasparenti ma dal cuore fosco, capaci di annodare fili di angoscia e scintille di grazia come nessun’altra, lui, insomma, ne era consapevole. Sapeva che la sua musica non apparteneva a quel tempo, a nessun tempo, perché destinata ad attraversare il tempo, ad eccederlo, come se il tempo – ogni tempo – non avesse la forza e i mezzi per contenerla, quel tempo che è pur sempre lo sfondo smisurato in cui ci si perde, quello che ci dice “di non chiedere più” perché comunque “Someday our ocean/Will find its shore”.
È soprattutto questo che possiamo sentire nella voce di Nick, nel modo di adagiare quel timbro sornione e al tempo stesso irrequieto sulle armonie: è una voce che c’è e si sottrae, che rende tangibile in ogni istante la sconcertante coincidenza tra pienezza e transitorietà, e quanto questa consapevolezza possa renderci fragili, vulnerabili. Spogliandosi di (quasi) tutti gli abiti, Nick Drake in Pink Moon divenne un’anima esposta, lasciò affiorare quello che nei primi due lavori aleggiava (meravigliosamente) nella filigrana dell’incantesimo sonoro. Arrendendosi a tutto quello che lo stava sommergendo, riuscì infine a realizzarsi. A liberarsi.
Per molti versi, Pink Moon è un disco postumo. È come se le canzoni che contiene (la musica, le parole, la tessitura placida e afflitta della voce) provengano da dove non esistono più margini di trattativa, da dove quindi si è nella condizione di accettare ciò che si è essenzialmente, trasfigurando quindi la rassegnazione in contemplazione, il pessimismo in abbandono.
La title track è, in questo senso, emblematica: l’arpeggio si sgrana dinamico e resinoso, pennella un paesaggio agreste in cui il canto sfoglia i versi con morbida solennità. Ne esce un quadretto che si potrebbe definire bucolico, ma nel quale si nasconde qualcosa, una strana apprensione che raffredda l’atmosfera, enfatizzandone il senso di attesa e sortilegio (“Pink moon is on its way/And none of you stand so tall/Pink moon gonna get ye all”). Vale la pena ricordare che se da un lato la luna rosa è tradizionalmente associata all’immagine benaugurale della luna piena di primavera (coincidente con la fioritura del fiore rosa di muschio o “wild ground phlox”), dall’altro rammenta anche l’eclisse lunare, per tradizione infausta, latrice di incombenti sventure.
Questo rapporto tanto simbiotico quanto ambivalente con la natura è un tema che attraversa tutta la produzione di Nick, che in Pink Moon diventa una sorta di cornice, come dimostra il suggello di From The Morning, un altro incantesimo folk all’insegna di una semplicità terrigna e fiabesca, nel quale lo sguardo rivolto alla natura conduce sulla linea di confine tra dolcezza e inquietudine, tra illuminazione e smarrimento (“And now we rise/And we are everywhere/And now we rise from the ground”).
Più scopertamente cupa, quasi livida, è Things Behind The Sun: preceduta dalla breve apnea strumentale di Horn – come se Nick intendesse preparare l’ascoltatore ricorrendo a una specie di camera di decompressione – è cantata con una tensione radente, quasi a denti stretti, e sembra un’esortazione a realizzarsi malgrado le pressioni dei vivi e il monito silenzioso ma raggelante della morte. Il sole – sorta di opposto della luna – ci riscalda e ci abbaglia, è un simbolo di vita e condivisione, ma è anche quello che cela dietro di sé le “cose” misteriose, l’indicibile dell’esistenza (“About the farmers and the fun/And the things behind the sun/And the people around your head/Who say everything’s been said/And the movement in your brain/Sends you out into the rain”). Si avvertono chiari echi dell’Antologia di Spoon River di E.L. Masters, come del resto in Place To Be, meditazione trepida e ipnotica sullo scorrere del tempo (“And I was strong, strong in the sun/I thought I’d see when day was done/Now I’m weaker than the palest blue/Oh so weak in this need for you”). Vale la pena sottolineare che l’autore di questi versi e di una melodia tanto toccante e indolenzita, all’epoca non aveva che ventitré anni.
A tratti affiora una vena più ruvida, il folk si tinge di blues e le dita lavorano sulle corde con piglio più percussivo, come nella quasi aspra Free Ride (dai tangibili echi John Martin), nella comunque assorta Road (“You can say the sun is shining if you really want to/I can see the moon and it seems so clear”) e soprattutto nella fosca Know (“You know that I love you/You know I don’t care/You know that I see you/You know I’m not there”). Il valzer di Parasite ondeggia invece in una penombra torbida e palpitante – l’arpeggio e la progressione armonica ricordano a tratti Dear Prudence dei Beatles – delineando la sagoma di un outsider in cui non è difficile scorgere lo stesso Nick (“ When I’m lifting the mask from a local clown/And feeling down like him”), ciò che vale anche per la breve e impietosa Harvest Breed, dove la parabola fugace del polline che finisce a terra è una metafora che non lascia scampo.
Resta da dire di Which Will, come una filastrocca dimessa che srotola domande tutto sommato banali (“Which do you dance for?/Which makes you shine?/Which will you choose, now/If you won’t choose mine?”) se non fosse che non capisci bene a chi vengano poste e da chi: non si tratta di una semplice – per quanto ammaliante – love song, ma di un confronto tra l’autore stesso e il fantasma della propria esistenza, tra quel che resta delle prospettive e i rottami delle speranze.
Il modo in cui Nick fece pervenire i nastri di Pink Moon alla Island potrebbe sembrare leggenda, se non fosse che l’episodio è attestato da molte testimonianze: si recò personalmente negli uffici al civico 12 di Neasden Lane con un pacco che lasciò all’impiegata della reception, dicendole semplicemente “sono Nick Drake, questo è da parte mia”. David Sandison, uno degli addetti stampa della Island, sostiene invece di averlo fatto accomodare nel suo ufficio, dove un poco loquace Nick rimase per una mezz’ora, ovviamente senza rivelare a Sandison il contenuto del pacco che aveva con sé, quello che, uscendo, lasciò all’impiegata. Quando fu informato della consegna, Blackwell non riuscì a contattare Nick per ottenere i chiarimenti del caso e ripiegò su John Wood, il quale informò uno sbigottito Blackwell che, a quanto ne sapeva, quei nastri erano il nuovo disco di Nick Drake. Non restò che prenderne atto e pubblicare.
Anche per quanto riguarda la scelta della copertina, sembra che i tentativi della Island di ottenere da Nick un’indicazione o un’opinione non siano stati fruttuosi. In realtà la creative director Annie Sullivan riuscì a organizzare con Keith Morris (già autore delle foto di copertina Five Leaves Left e Bryter Layter) una sessione ad Hampstead Heat: gli scatti di quella giornata (probabilmente dei primi di dicembre) mostrano un Nick svuotato, in bilico tra fastidio e abulia, il tutto nella desolata cornice invernale del parco di Hampstead. Guardandoli oggi, è inevitabile venire colti da un senso di smarrimento: tra quel ragazzo grigio – la postura e l’espressione offuscate, con persino una nota di ostilità nel volto riluttante – e l’intensità cristallina ancorché lunare delle canzoni di Pink Moon, c’è come una frattura. A giudicare dalle foto, viene da pensare che Nick fosse più vivo in quelle canzoni che non nella vita reale, dove evidentemente la lotta quotidiana con la depressione lo stava devastando.

In ogni caso, e comprensibilmente, la Island rifiutò gli scatti di Morris, scegliendo di commissionare un dipinto a Michael Trevithick, già autore della copertina – sempre in chiave simbolista/surrealista – di Tobacco Road degli Spooky Tooth nonché di alcuni volumi dei celebri tascabili Penguin. Stranamente, la scelta di non far apparire Nick in copertina ma di, come dire, astrarlo in una combinazione evocativa (e invero un po’ goffa) di simboli, finisce per sembrare azzeccata, in qualche modo cioè evoca lo sforzo di obliqua sdrammatizzazione che percorre il disco e che conferisce alle canzoni una scorza di misteriosa e vibrante serenità. Quella stessa serenità che nel 2000 consentì a Pink Moon – la canzone – di venire utilizzata come musica di accompagnamento di uno spot Volkswagen, ravvivando considerevolmente le attenzioni su un musicista attorno al quale comunque si era già costituito un culto piuttosto diffuso.
I ventisette minuti di Pink Moon possiedono oggi la statura del classico. Eppure, come è tipico di ciò che è classico, conservano una vibrazione anomala, la capacità di perturbare chiamando in causa strane angolazioni emotive, scavando dove di norma le canzoni non arrivano. Non è facile definire quello che Nick Drake continua a farci sentire dopo oltre mezzo secolo. Soprattutto nel suo terzo e ultimo lavoro, un disco che vide la luce all’alba del glam, spinto sullo sfondo e quindi offuscato dalle stagioni dell’hard rock, del prog, del punk, della new wave, dell’indie e del grunge, salvo riemergere e rivelarsi profetico nei Novanta della fregola unplugged prima e di tanto cantautorato alternativo poi, fino a imporsi come riferimento cruciale nei primi anni Zero del NAM, quando citare Nick Drake in una recensione sembrava essere diventata più o meno la norma.
No: questa celebrità relativa di Nick Drake – e di Pink Moon in particolare – non sembra averne inflazionato il senso. Sottraendosi al cliché dell’artista afflitto, gravato da una cupezza senza sbocco e costretto nel vicolo cieco della disperazione, e dimostrandosi al contrario capace di una grazia limpida e a suo modo inscalfibile, Nick ha saputo definire canzone dopo canzone i contorni di un mistero implicito, quello che chiama ognuno a cercare un senso nell’esistenza deserta di senso, mentre il tempo consuma l’amore, il corpo e l’energia, mentre quel po’ di bellezza che i sensi colgono nella natura può soltanto – in definitiva – consolare.
Due mesi dopo la pubblicazione di Pink Moon, Nick ebbe un esaurimento nervoso. Ne seguì un ricovero di cinque settimane, alla fine del quale i medici ipotizzarono che alla base della depressione potesse esserci una forma latente di schizofrenia. In effetti, da quel momento Nick si comportò in maniera ancora più strana: prima tentò di arruolarsi nell’esercito (scartato), quindi pensò di avviare una carriera nel nascente mondo dell’informatica rivelando persino una certa attitudine che gli permise di superare i test preliminari, salvo poi – prevedibilmente – non presentarsi al corso di addestramento.
A questi falsi movimenti ne seguirono altri: contattò Joe Boyd manifestandogli il desiderio di prendere il controllo della propria carriera musicale, arrivò persino a chiedere un anticipo importante e a ipotizzare di trasferirsi negli States. Soprattutto, sostenne di essere pronto a incidere altra musica, per la felicità un po’ incredula di Boyd.
Accadde davvero, nel febbraio del 1974: sempre ai Sound Techniques, ancora una volta in perfetta solitudine, assistito da John Wood, Nick e la sua chitarra registrarono nuova musica. Saranno i suoi ultimi cinque pezzi, probabilmente composti e accantonati da tempo. Non erano certo i suoi migliori, a parte una canzone, Black Eyed Dog, che se non può essere definita bella in senso canonico ha però il potere di stringerti le ossa, come una lapide alla fine di un sentiero. Nick era in difficoltà. Confessò a Wood di sentirsi vuoto, di non riuscire più a “pensare a delle parole”, ma in questa canzone – risalente a chissà quando – riuscì a trovare note, registro e parole agghiaccianti (“I’m growing old and I wanna go home/Black eyed dog he called at my door/The black eyed dog he called for more”).
A quel punto il Nick Drake musicista era finito. Non c’era altro, nient’altro era possibile. Se ne andò a Parigi per qualche mese, dove incontrò di nuovo Françoise Hardy che lo ricorda estremamente silenzioso durante un pranzo in cui Nick probabilmente non le chiese ciò che avrebbe desiderato chiedere. Al ritorno in Inghilterra, strinse una relazione con Sophia Ryde, una vecchia amica, ma appunto senza mai oltrepassare – a quanto sembra – la soglia di una tenera amicizia. Il resto è quel 24 novembre del 1974, le trenta pastiglie di Tryptizol, Il mito di Sisifo di Camus sul comodino, la puntina che gira a vuoto sul vinile dei Concerti brandeburghesi di Bach, il referto con la parola suicidio messa tra parentesi dal medico legale. E una struggente, desolata leggenda.
Le parole di Fruit Tree, traccia numero nove di Five Leaves Left, finirono per rappresentare un epitaffio profetico:
Safe in the womb
Of an everlasting night
You’ll find the darkness can
Give the brightest light
Safe in your place deep in the earth
That’s when they’ll know what you were really worth
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