Recensioni

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Un altro tassello prova a spiegare l’eterno enigma Nick Drake. Lo fa partendo da quello che è unanimemente considerato il suo testamento sonoro, Pink Moon, ultimo lp pubblicato da Nick prima di lasciare la terra con il corpo, ché probabilmente lo spirito già se n’era andato da tempo. Se beninteso mai vi ha appartenuto, il cantautore inglese, a questo mondo di mortali: verrebbe da dire “no”, giudicando da quel poco di meraviglioso che ci ha lasciato e “sì” per come la sua breve esistenza sia stata una corsa a nascondersi da manuale del perfetto insicuro. Ed è proprio su questo incarnare al contempo un archetipo e una contraddizione che lavora l’autrice Amanda Petrusich, giornalista americana per – tra le altre cose – Pitchfork, Spin e Village Voice, nonché autrice nel 2008 di un tomo dedicato all’Americana.

Tradotta con cura e passione da Antonio Puglia (responsabile inoltre di un’accurata postfazione che contestualizza la figura di Nick Drake in Italia), l’opera appartiene alla serie “33 1/3” e quindi offre uno spaccato analitico su quei nudi ventotto minuti di magia. Compito meno facile dell’usuale, vista la sostanziale assenza di interviste con il diretto interessato e le conseguenti versioni discordanti che emergono da amici e collaboratori, così che la Petrusich mette da subito le mani avanti. Senza dipingere Drake come l’ennesima immaginetta romanticheggiante, scava “intorno” all’uomo e all’artista come può, sfatando qualche mito e andando a fondo dell’album (ad esempio, rilevando un “difetto” nella pronuncia talvolta farfugliante del cantato), raccontandone puntualmente gli antefatti e inquadrandolo sia nell’epoca della sua uscita che nel complesso della discografia drakeiana.

Piuttosto buono l’esito, dove a bilanciare un capitolo evidentemente tirato per le lunghe – riguardante l’uso della title-track in un noto spot pubblicitario e il conseguente incremento delle vendite discografiche di Drake – concorre una serie di dichiarazioni di musicisti, da Lou Barlow aMatt Valentine,passando per Tim Rutili dei Califone,Wooden Wand, Robyn Hitchcock e M.Ward. A conferma del modo in cui la musica sublime di quest’uomo schivo sappia trascendere le categorie, e scivoli leggera tra le pieghe di qualsiasi critica.

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