Recensioni

From Her to Eternity, pubblicato nel 1984, è il primo disco a nome Nick Cave and the Bad Seeds, e già al momento della sua uscita si impone come un’opera compiuta, densa, visionaria. Segna la rinascita artistica di Cave dopo la fine dei Birthday Party, band madre del post-punk australiano più estremo e abrasivo, sciolta l’anno prima in una spirale autodistruttiva. In quel momento, mentre sulla stampa circolano voci di un possibile ritiro dalle scene, il contributo dato a Burning the Ice dei berlinesi Die Haut – e in particolare l’incontro con Blixa Bargeld – dimostra che in realtà Cave è alla ricerca di una nuova forma, di un linguaggio in grado di incanalare la furia degli esordi verso una dimensione narrativa e teatrale.
Accanto a lui si conferma subito Mick Harvey, già nei Birthday Party e figura centrale nella costruzione del suono dei Bad Seeds: compositore, arrangiatore, polistrumentista, e soprattutto custode di equilibrio e metodo in un progetto che altrimenti rischierebbe di esplodere per eccesso di tensione. I primi brani vengono registrati a Londra, ai Garden Studios, con l’iniziale contributo di Jim Thirlwell (Foetus), destinato però a uscire presto di scena dopo aver proposto un brano – Sick Man, ispirato allo stile di vita autodistruttivo di Cave – che provoca la rottura definitiva con il cantante. Al suo posto entrano due pedine fondamentali: Barry Adamson, ex Magazine, che già aveva collaborato con i Birthday Party durante Junkyard, e il chitarrista australiano Hugo Race. Ma soprattutto c’è Bargeld, che con la sua estetica rumorista e il suo approccio anticonvenzionale alla chitarra diventa l’anima dissonante del gruppo. Dichiaratamente ostile allo strumento che suona, lo trasforma in una macchina percussiva, metallica, atonale, mutuando le tecniche sperimentali degli Einstürzende Neubauten e rendendole funzionali al progetto di Cave.
Il risultato è un blues reinventato, mutante, contaminato dal punk, dalla Mitteleuropa post-industriale, dal cabaret berlinese e da un immaginario letterario viscerale e apocalittico. From Her to Eternity è tutto questo, e molto di più: una transizione artistica raccontata in presa diretta, in cui l’urgenza espressiva dei Birthday Party si sedimenta in una nuova forma-canzone, ma ancora instabile. Cave canta, urla, prega e maledice, in un continuo oscillare tra sacro e profano, con una voce che è già strumento narrativo, capace di evocare abissi interiori e passioni devastanti.
Il vertice del disco è senza dubbio la title-track, un lied punk da brividi che incrocia il pianoforte ossessivo e trepidante con l’elettricità violenta di Bargeld. È un’esplosione emotiva che anticipa tutta la poetica successiva dei Bad Seeds, e che Wim Wenders cristallizzerà nel film Il cielo sopra Berlino, con una celebre scena in cui la band la esegue dal vivo. Ma è impossibile ridurre il disco a un solo brano: Cabin Fever! e Saint Huck sono visioni blues contaminate dai ritmi ostinati e dalla tensione costante; A Box for Black Paul, lunga e funerea, è una sorta di gospel postatomico che già suggerisce una direzione futura più orchestrale e lirica. L’intero album è dominato da un senso di urgenza rituale, in cui ogni arrangiamento – frutto della poliedricità di Harvey e Adamson – serve a costruire uno spazio sonoro denso e materico. Il pianoforte diventa strumento fondamentale, tanto quanto la chitarra, e assume una funzione indispensabile nel definire la dinamica interna dei brani.
From Her to Eternity è una dichiarazione di intenti, un manifesto poetico, un atto di fondazione. Un disco che nasce dal trauma e dalla fine, e che riesce a trasformare la distruzione in creazione, l’eccesso in forma, il rumore in racconto. È l’inizio di un lungo cammino che porterà Nick Cave e i suoi Bad Seeds a costruire una delle imprese più coerenti, visionarie e longeve della musica rock contemporanea. E già da qui, da questo debutto scatenato, si intuisce che nessuno, da quel momento in poi, potrà davvero cantare il dolore come lui.
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