Recensioni

«Il dolore» ha detto Nick Cave in un’intervista con Amanda Petrusich del New Yorker, «ha una capacità straordinaria di trasformarci a un livello quasi atomico. All’improvviso abitiamo un corpo nuovo. Cambia il nostro rapporto con tutto. È come se diventassimo altre persone, e intendo letteralmente. Io stesso lo sono diventato».
Chiunque abbia anche solo una minima familiarità con le vicende anche solo dell’ultimo Cave sa: del dolore, del lutto per la morte del figlio adolescente Arthur, di quanto abbiano segnato l’uomo e di riflesso l’artista: i dischi – soprattutto Skeleton Tree e più ancora Ghosteen, uno magnetico nella sua grandiosità austera, l’altro più aperto e spiritato –, i concerti – con i loro riti collettivi –, i libri – come Fede speranza e carneficina… Un dramma personale che il cantautore non solo ha raccontato ma trasfigurato in momenti di vertigine – da Jesus Alone alla title-track di Ghosteen – e in un immaginario lirico avvincente, fino anche a trovare codici quasi inediti – come eco di quel cambiamento molecolare, una trasformazione artistica parallela non totale ma a suo modo profonda che si lega al sodalizio stretto con Warren Ellis, “geniale creatore di caos” il quale ha impresso anche una sterzata radicale alla scrittura degli ultimi quattro lavori, compreso, naturalmente il Carnage di tre anni fa accreditato ai soli due australiani.
Wild God segna invece il ritorno della sigla Nick Cave and the Bad Seeds (dopo Ghosteen). Gruppo composto da vecchi compagni come Thomas Wydler, Jim Sclavunos e Martyn Casey, dalle new entry Colin Greenwood – sì proprio quello dei Radiohead – e Luis Almau (alla chitarra classica e alla chitarra acustica) con l’aggiunta cori del Double R Collective diretto da Wendi Rose. La dimensione corale che perciò si impone, fatta salva l’impronta d’autore, una vibe da band che traspariva dalle anticipazioni uscite prima dell’album completo, con forme che sembravano fare un passo in qua, non proprio in direzione del passato “rock” ma verso qualcosa di affine, magari tra un Let Love In e un The Lyre of Orpheus come suggerivano il bel dialogo arpeggi liquidi e chitarre psichedeliche, violini, corno francese e cori estatici nelle armonie di Frogs e la pianoballad Long Dark Night, che se la giocano per il titolo di brano più memorabile (e memorabili lo sono a prescindere, entrambi).
Nei dieci che compongono in totale Wild God non mancano pezzi volitivi come Song of the Lake, emblematica ouverture che ci anticipa la chiave di lettura musicale principale, il crescendo mistico maestoso che qui avvolge tutto dall’inizio, mentre nella title-track parte secco come una raffica improvvisa, annunciato soltanto dall’erompere del coro. Un andamento simile è quello di Joy, brano centrale perché spiega musicalmente lo scarto di Wild God rispetto ai dischi recenti e anche il suo tema principale: la gioia. La gioia che viene dopo tutto questo dolore, dopo il lutto (abbiamo parlato di Arthur perché legato ai due album del 2016 e del 2019, ma nel 2022 per un accanirsi del destino Cave ha perso anche un altro figlio, Jethro), dopo la conversione necessaria – anche questa protagonista di un brano omonimo, Conversion, dove una fiamma purificatrice porta il protagonista a riscoprire la bellezza –, dopo che uno spirito che potrebbe essere ancora il ghosteen risponde a una preghiera dai toni teatrali, molto blues («Said, we’ve all had too much sorrow, now it’s time for joy»).
Una gioia non banale ma dirompente come il Dio a cui è intitolato il lavoro, come quest’altra esplosione orchestrale che dal flow melodico – di cui parlavamo per descrivere la forma dei lavori precedenti – sfocia nel melodramma sacro, nel musical religioso (l’enfasi, i climax, il tripudio corale estatico di molti dei momenti più intensi fanno pensare tanto al grande spettacolo quanto a una dimensione sacra e cerimoniale). Se la trasformazione così profonda e molecolare dell’uomo e dell’autore ha portato Cave a essere più spregiudicato, a osare di più – come ha dichiarato convinto nella stessa intervista che abbiamo citato all’inizio –, allora la filosofia da cui scaturisce l’intero disegno di Wild God, lo porta a ribadire anche musicalmente – pure se per qualità siamo un gradino sotto lavori come Skeleton Tree e Ghosteen, che dal canto loro sono straordinari – e in maniera assertiva il discorso compositivo intrapreso da Push the Sky Away fino a Carnage con uno stato d’animo che non è l’agognata peace of mind che invocava Hollywood, il brano finale di Ghosteen, ma una esaltazione spirituale, vero e proprio inno alla gioia, aperto a questa nuova “sinfonicità”, a un grande crescendo corale che affiorava sì nei lavori precedenti ma che adesso diventa il tema principale, un leitmotiv tra i più grandiosi, certo, e anche rischiosi da seguire e da interpretare in maniera convincente. Però Nick Cave questo – come molte altre cose – dimostra ancora una volta di saperlo fare.
Amazon
