Recensioni

Con The Good Son Nick Cave firma un’opera di svolta, una cesura decisa con la furia dissonante dei dischi precedenti e insieme un nuovo inizio, artistico ed esistenziale. La genesi dell’album è legata a un episodio decisivo nella vita del cantautore australiano: nell’aprile del 1989, durante un tour in Sud America, Cave mette piede per la prima volta in Brasile.
A San Paolo, durante un concerto, resta folgorato da una ragazza tra il pubblico, Viviane Carneiro, che diventerà non solo la sua compagna, ma anche la madre di suo figlio Luke. Per rivederla, Cave torna nella metropoli brasiliana e lì sceglie di stabilirsi, lasciandosi alle spalle l’Europa e la lunga e tormentata relazione con Anita Lane, musa e coautrice di alcuni dei suoi brani più cupi. In questo scenario, segnato dall’inizio di un nuovo legame affettivo e dalla disintossicazione dall’eroina, prende forma un disco a sé stante, un unicum nella sua carriera.
Il Brasile resta sullo sfondo dal punto di vista musicale, ma agisce come cornice emotiva e simbolica. Registrato ai Cardan Studios di São Paulo, non è un disco “brasiliano” in senso stretto, quanto piuttosto un lavoro attraversato da una spiritualità più aperta, da una malinconia meno nichilista, da una dolcezza che fino a quel momento sembrava estranea alla scrittura di Cave. È forse il suo disco più edificante, nel senso più pieno del termine.
L’apertura affidata a Foi Na Cruz – adattamento di un inno protestante brasiliano – è emblematica: una preghiera intima, dolce, quasi sussurrata, che mette a fuoco da subito la sua tensione raccolta e liturgica. Segue la title track, The Good Son, che è forse la sintesi perfetta del nuovo corso: un maestoso incrocio tra spiritual, blues sinfonico e ballata dylaniana del periodo John Wesley Harding. Il testo, tra Bibbia, mito e psicodramma personale, racconta di un figlio devoto che tuttavia non riesce a sfuggire al peccato. Echeggia le parabole evangeliche – Caino e Abele, il Figliol Prodigo – ma con toni più umani, meno apocalittici. Ed è proprio in questo passaggio che si concentra la tensione del brano: la melodia solenne, quasi liturgica, e l’arrangiamento misurato sembrano aprire a una possibilità di pace, ma il testo racconta invece una storia di invidia, ingiustizia percepita e destino tragico. Il protagonista ha interiorizzato il ruolo del “buono”, ma sotto la superficie affiora una collera repressa, una virtù che si incrina fino a diventare risentimento.
L’apice emotivo dell’album arriva con The Weeping Song e The Ship Song, due brani ormai canonici nel repertorio di Cave. La prima, costruita come un dialogo teatrale tra un padre e un figlio (con Blixa Bargeld in stato di grazia nel ruolo del genitore), è un lamento sul dolore universale che attraversa i generi e le epoche; la seconda è una delle più straordinarie canzoni d’amore mai scritte da Cave – misteriosa, marinaresca, romantica senza mai cadere nel sentimentalismo. La frase “We make a little history, darling / every time you come around” è tra le più toccanti della sua intera discografia.
Accanto a questi vertici si trovano episodi altrettanto interessanti come The Hammer Song, che unisce toni western e ritmi da bossa rock in un’atmosfera sospesa tra minaccia e redenzione, o Lament, con le sue sfumature latine e una melodia dolente che sembra provenire da una tradizione popolare inventata. E ancora Sorrow’s Child, dolente e fragile, e Lucy, serenata che chiude il disco con una preghiera sommessa sospesa tra sogno e perdita. Il testo è scarno, quasi spettrale, ma proprio per questo potentissimo: parla di un amore che resiste al tempo e alla morte, o forse di un’apparizione, un sogno notturno in cui la luce (Lucy, dal latino lux) si manifesta per poi svanire. Un concetto che viene amplificato dalla coda ambientale del brano, dove piano, Hammond, chitarra, archi, vibrafono e le note dell’armonica a bocca si intrecciano in un misto di calore e nostalgia.
Rispetto ai lavori precedenti, The Good Son rinuncia alla teatralità esasperata di Your Funeral… My Trial o alla ferocia quasi biblica di Tender Prey. Al loro posto emergono ballate orchestrate con misura, melodie solenni ma intime, testi che parlano finalmente d’amore senza bisogno di maschere gotiche o mitologiche. È il disco in cui Nick Cave si concede per la prima volta alla tenerezza, all’umanità, all’autenticità.
Per molti – e non a torto – The Good Son è il capolavoro assoluto di Cave: un album di passaggio, ma di quelli che lasciano un segno profondo, un disco che chiude un ciclo (quello maledetto, noir, post-punk) e ne apre un altro che lo condurrà, attraverso capolavori come Let Love In e The Boatman’s Call, verso la piena consacrazione come uno dei più grandi songwriter contemporanei.
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