Recensioni

È sicuramente la serata più attesa del Beats of Pompeii, la rassegna che lo scorso 15 luglio ha portato nella città campana il live dei Ben Harper & The Innocent Criminals. Ieri è toccato a Nick Cave e Colin Greenwood misurarsi con la portata storica dell’antico Anfiteatro romano e, come da copione, hanno ripagato l’attesa di una data (realmente) sold-out in pochissimi minuti. Una proposta tanto inedita, scarna, essenziale che porta sul palco dalla scenografia minimale un dialogo serrato fatto di sussurri, respiri, pieni e vuoti, colmato soltanto dall’intreccio di piano e basso. Scelta coraggiosa e che – spiegherà Cave – punta a scarnificare l’ossatura di brani che hanno sempre contato sulla magniloquenza dei Bad Seeds: lo chiariamo subito, quello del musicista australiano è un viaggio trasfigurante che ha come meta ultima l’essenza.
L’emiciclo di Pompei sembra quasi in apnea nei minuti che precedono l’avvio del live. È Colin Greenwood (accolto da un boato, ndr) ad impadronirsi per primo del palco, imbracciando il suo basso. La sua sarà una presenza avvolta da un’aura di mistero per l’intera serata: presente e pregnante ma mai ingombrante; una figura virgiliana che osserva, scruta, accompagna, scompare per poi accordarsi al battito cardiaco di una scaletta che scava nel vasto canzoniere dell’artista australiano.
Il profilo smilzo di Nick Cave quasi stona con l’imponenza con cui catalizza l’attenzione dei presenti. Istrionico come un outsider di razza, sembra aver trovato in queste date in solo una dimensione che gli permette di essere intenso e diretto senza rinunciare ad un’interazione rilassata e divertita con il proprio pubblico. Le prime note di Girl in Amber disinnescano quella sensazione di apnea e fanno da viatico a due ore e trenta di live in cui silenzio, attesa, meraviglia diventano parte integrante dello spettacolo.
È un tempo sospeso scandito dall’incedere, ora delicato altre tumultuoso, dei tasti sfiorati da Cave, spiritato e ‘urgente’ come una performance di Nina Simone. E quel tempo si tramuta in spazio da utilizzare per spingersi al cuore dei brani: dal senso di inadeguatezza e dalla sensazione di non riuscire a proteggere i propri figli nella breve riflessione che anticipa O Children, alla gioia ritrovata nel riportare sul palco uno dei pezzi più oscuri della sua discografia (l’emozionante Skeleton Tree) con il pubblico a riempire i vuoti orfani di cori che risuonano come un incoraggiamento, “…and it’s alright now”.
Tutto viaggia sul filo dell’etereo e dell’ultraterrenno: l’uno-due di Galleon Ship e I Need You trasforma l’anfiteatro in un fondale di viscere e nervi scoperti a cui fanno da contrappeso il set più teatrale e ‘disteso’ del trittico Papa Won’t Leave You, Henry, Balcony Man, Mercy Seat durante cui l’artista gioca divertito con il suo pubblico. Spazio anche per le cover di Leonard Cohen (Avalanche) e T. Rex (Cosmic Dancer) che simbolicamente aprono e chiudono un lungo intermezzo in cui giganteggiano brani del repertorio quali Ship Song, The Weeping Song, la ballad More News From Nowhere, Jubilee Street ed un’intensissima e ad occhi lucidi, Push the Sky Away. I bis regalano ancora qualche sorpresa con Love Letter e Man e Man in the Moon a preparare il terreno alla conclusiva Into My Arms, con l’intera platea abbracciata in un unico emozionato corpo.
L’abbraccio di Pompei ai due musicisti è sincero e commosso. La dimensione di questo tour orfano dei Bad Seeds potrebbe risultare ostico e invece funziona poiché può contare sul carisma e il ‘mestiere’ di due veri e propri giganti. Un live senza fronzoli che mette al centro del discorso la musica, le canzoni, le parole. Lo fa nonostante le assenze, le perdite dolorose, i conflitti interiori, le ombre che ci ossessionano. Quella di Cave e Greenwood, un rito sommesso per spiriti tormentati.
Amazon
