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Le mura esterne dell’anfiteatro romano degli scavi di Pompei rappresentano il primo colpo d’occhio per chi si accinge a varcare la soglia d’ingresso dello storico Parco Archeologico. Pochi metri che riescono a farti sentire parte di una narrazione millenaria, spingendoti a credere che, in una calda serata di metà luglio, possa accadere qualcosa di magico.

E qualcosa di speciale, al pari di una scintilla, sembra scattare quando, poco dopo le 21.30, le luci si abbassano sulla pianta circolare dell’anfiteatro, illuminata da un set luci tanto essenziale quanto suggestivo, sempre accompagnato dal chiarore di una calda notte stellata.

Senza alcun preambolo, Ben Harper e i suoi Innocent Criminals si prendono la scena con una versione di Glory & Consequence che catapulta l’ascoltatore in una dimensione che sarà ricorrente per tutti i brani presenti in scaletta: offrire una visione prismatica della propria idea di “suono”, perfettamente in linea con la varietà di forme e linguaggi su cui il musicista americano ha costruito la propria carriera. La performance diventa quindi uno spazio di esplorazione, merito di un feeling praticamente perfetto con una band affilata, precisa, che colma — senza ingombrare — tempi e atmosfere camaleontiche. Si passa da momenti di rock contaminato, dalle inclinazioni ora tendenti al puro soul (Gold to Me), ora al blues luciferino (Burn to Shine), a chiavi di lettura acustiche, utili per scardinare i cuori di un pubblico che partecipa emozionato, scambiando con l’artista una sincera sequela di “We love you”.

Harper conferma ancora una volta il proprio carisma, e la sensazione è quella di trovarsi di fronte a un artista che ha raggiunto un equilibrio intrinseco di cui è pienamente padrone. Arrivano forti e palpabili le vibrazioni reggae di Finding Our Way, per cui l’accostamento con Bob Marley non sembra affatto avventato. E a proposito di equilibri — di pieni e vuoti — il palco è spesso dominato dal solo, fragile profilo del musicista americano che, armato della sua lap steel guitar, regala alcuni dei momenti più luminosi e densi della serata: parliamo di una toccante versione in solo di Give a Man a Home e di una Walk Away che si insinua nei cuori più fragili. Spazio in scaletta anche per un inatteso extra: la cover del celebre brano di Leonard Cohen, Hallelujah, qui più vicina alla rilettura di Buckley, ma tra le più credibili che abbia ascoltato da che ne ho memoria. Momento praticamente perfetto, che si accorda al respiro ultraterreno del Parco.

Sul finale si torna a una dimensione più collettiva con il lungo intermezzo di Say You Will e il tiro soul-blues di Need to Know Basis, dove la voce di Harper tocca vette esplorate da artisti del calibro di Marvin Gaye. Prima dei bis, gli Innocent Criminals si prendono il lusso di varcare la soglia del prog, rievocando per un istante (Faded) il notorio passaggio dei Pink Floyd in questo stesso emiciclo. Un lungo intermezzo bilanciato da una versione a cappella di Below Sea Level, che prepara il terreno a una liberatoria e conclusiva Fly One Time, durante la quale tutto il parterre ha abbandonato il proprio posto a sedere per rendere realmente caloroso l’abbraccio con l’artista e i suoi ispirati compagni di viaggio.

La tappa campana per la rassegna Beats of Pompeii conferma lo stato di grazia di Ben Harper & The Innocent Criminals, bravi nell’aver imbastito un set che plana a volo d’angelo su un repertorio vasto e multiforme. Una volta fuori dalle mura storiche, chi scrive — entrato animato più da curiosità che da semplice ammirazione — è uscito con la sensazione di aver preso parte a un momento storicamente minuscolo rispetto all’epicità del luogo, ma che meritava comunque di essere raccontato. Così, la curiosità si è trasformata in ricerca, approfondimento. Non è forse questo il motivo più autentico per cui vale ancora la pena vivere un concerto dal vivo?

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