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7.1

In Nasty Esco Nasir, mentre DJ Premier imbastisce un gelido boom bap su fiati cupi e percussioni secche, Nas lotta con sé stesso in una Guilty Conscience tra l’uomo e i suoi personaggi. È lo scontro dialettico — quello tra Nasty ed Esco, tra cultura e denaro, tra hip hop e commercializzazione, tra purezza e artificio — che frammenta, per poi ricucire, l’io del rapper. Per Nas si tratta finalmente di trovare un equilibrio tra il genuino e il costruito, due facce della stessa medaglia chiamata Nasir Jones. Così, alla terza strofa, dopo un botta e risposta tra le sue maschere, Nasir può ostentare sia di aver nutrito la nostra anima (“feed your soul”), sia di aver fatto soldi (get money). È la chiave di volta di un album in cui il veterano e fenomeno di Brooklyn riflette sulla cultura hip hop e sull’impatto che ha avuto su di essa. Lo fa insieme all’amico di sempre, DJ Premier, in quello che è uno dei joint album più attesi della storia dell’hip hop.

Light-Years è finalmente qui e conclude la rassegna revivalista Legend Has It, curata dallo stesso Nas e dalla sua Mass Appeal Records per far rivivere suoni e veterani della golden age newyorkese. È il settimo LP in pochi mesi dopo lo sgangherato ritorno, a 25 anni di distanza, di Slick Rick (VICTORY), il sequel celebrativo firmato da Ghostface Killah (Supreme Clientele 2), e il commovente saluto a Trugoy The Dove da parte dei De La Soul (Cabin In The Sky) e, per forza di cose, anche il più atteso del gruppo. Dopo una serie di collaborazioni immortali quanto influenti, spalmate nel corso di trent’anni — dai classiconi Represent, N.Y. State Of Mind e Memory Lane di Illmatic fino al recente Define My Name — l’ex Gang Starr e il self-made man uscito dalle strade del Queens diffondono nell’aria un sentore classicista: palazzoni del ghetto ancora ben piantati in testa, cemento bagnato, un po’ di pioggia, un po’ di sudore, un po’ di sangue. È il milieu in cui l’hip hop ha preso coraggio, affluenza, bastonate e riconoscimento: lo spazio-tempo in cui i due ultracinquantenni tornano per riflettere retrospettivamente sulle sue croci e delizie.

In uno spettro rigorosamente boom bap — a volte funky, a volte soulful, ma quasi sempre minimalista e già ampiamente codificato, forse troppo (chi non pensa a Kick In The DoorUnbelievable ascoltando Madman o It’s Time?— Light-Years è omaggio, celebrazione, memory lane. Un approccio molto simile a quello della recente doppia trilogia King’s Disease–Magic, interamente prodotta da Hit-Boy, sei LP che avevano meticolosamente costruito questa fase di Nas come veterano autocompiaciuto, culturalmente attivo e narrativamente potentissimo. Ecco allora che Light-Years, vuoi per un Preemo dal sentore classico ma non particolarmente eclettico né frizzante, o per un Nas sì in forma, carismatico e intelligente ma non stravolgente come in altre uscite, non è quell’epocale joint album che abbiamo aspettato per vent’anni, né quel manifesto passatista irraggiungibile e divino a cui si poteva auspicare.

Certo, la scrittura è buona, i flow particolarmente elaborati, le rime dense, l’immaginario ricco e spasmodico. Non mancano chicche di immenso storytelling e di vera e propria “pittura rap”: l’immortale penna di Nas è ancora in grado di dipingere immagini e situazioni con disarmante lucidità. C’è, ad esempio, il terzo capitolo di N.Y. State Of Mind, che, ventisei anni dopo la seconda puntata, attualizza l’atmosfera decadente di New York tra gentrificazione e mappatura geografica di ieri e di oggi. C’è Pause Tapes, nostalgica ode alle prime produzioni hip hop, al crate digging e al loro approccio artigianale. C’è 3rd Childhood, sequel di 2nd Childhood da Stillmatic, che mette in luce tutto ciò che il rapper ha fatto di concreto per elevare l’hip hop al grande pubblico. E se Git Ready può tranquillamente scomodare le produzioni più interessanti di Preemo, pezzi come My Story Your Story o Madman sembrano solo un’eco — più modesta e remota — del vero potenziale di questo LP.

Light-Years è un disco di omaggio al rap che è stato e che non è più (e che diventa irresistibile droga in Junkie), ai suoi protagonisti (Bouquet to The Ladies celebra la quota rosa passata e presente, Writers il mondo del graffitismo e il suo impatto pionieristico, Git Ready il flow di Notorious B.I.G., My Life Is Real e 3d Childhood lo stesso Nas), e alle sue atmosfere, i suoi stilemi, i suoi sapori. Ma riesce anche a oltrepassare lo status di mero feticcio per old heads, diventando la disamina di un uomo che del rap ha vissuto tutte le fasi: lo stradaiolo verismo in tinte noir, l’attivismo sociale e politico, la trascendenza verso sé stesso, la memoria dei tempi andati. Un uomo che oggi riflette su impatto, conseguenze, relazioni e imperfezioni.

Forse per un’asticella davvero troppo alta, o per un’intesa che non ha saputo manifestarsi fino in fondo, l’attesissimo ritorno di Nas e DJ Premier non è quello che poteva essere. Rimane tuttavia un ottimo album, con dell’ottimo rap, scritto da due dei più grandi di sempre, ancora nettamente sopra la media.

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