Recensioni

L’ultimo pezzo di Cabin In The Sky, Don’t Push Me, è un rap soul raffinato e nostalgico, di quelli che ti prendono e ti rispediscono agli anni degli skypager, degli scratch su vinile, delle cassette bootleg, di pellicole come Juice e Boyz ‘n’ The Hood. Non a caso riprende un classico immortale degli “early days” della doppia H statunitense: The Message di Grandmaster Flash & The Furious Five. Ma soprattutto Don’t Push Me è rappato, cantato e prodotto da Trugoy The Dove, aka Dave, aka Plug 2. Trugoy The Dove è stato uno dei tre membri dei De La Soul, morto poco più di due anni fa, a 54 anni. È il cardine spirituale del commovente ritorno dei De La, destinato a vivere per sempre nella sua casetta sulle nuvole, evocato come musa, fratello e spirito guida dalla musica dei suoi amici. Cabin In The Sky, per questo e altri motivi, si manifesta come una bolla di catartica spiritualità, spudorata retromania e carisma disinteressato: è il collegamento sempreverde tra questo e l’altro mondo, tra terra e cielo.
Posdnous, Maseo e il fantasma di Dave vengono da anni di silenzio discografico, anni in cui una trionfale battaglia per il copyright ha portato una discografia ignorata dalle nuove generazioni a risplendere di nuova linfa nei siti streaming. Album come 3 Feet High And Rising, Buhloone Mindstate, De La Soul is Dead e altri hanno potuto ricostruirsi nuove platee e nuove ammirazioni dagli amanti dell’hip hop, cementificando la cruciale influenza che il trio newyorkese ha avuto nel frantumare e ri-significare diversi codici hip hop, estetici, musicali e ideologici.
Il duo/trio non poteva certo mancare alla più grande rimpatriata di vecchie leggende che l’hip hop abbia mai avuto, orchestrata con grande rispetto e con una passione da fanboy più che con logiche da etichetta discografica, da Mass Appeal Records. Con l’iniziativa “Legend Has It”, l’etichetta ha riportato sul mercato contemporaneo, nel giro di pochi mesi, l’hip hop dei ’90 nella sua declinazione più purista e anacronistica, capace di stupire e preservare un fascino immortale: quello di un cinquantenne che non cerca di svecchiarsi, ma celebra la sua età e le sue influenze senza scrupoli.
Ecco allora un 2025 che sa di grande festa old school, iniziato il 13 giugno con VICTORY di Slick Rick e proseguito tra estate e autunno con ritorni immortali di ex-Wu Tang (Ghostface Killah, Raekwon), rispettosi ritorni postumi (Big L) e mezzi postumi (Mobb Deep, con strofe inedite del compianto Prodigy). Nella crescente attesa del joint album di Nas e DJ Premier – previsto il 12 dicembre – il disco più recente a vedere la luce è proprio quello dei due simpaticoni dalla Grande Mela che, a nove anni dall’ultima uscita, organizzano un banchetto in memoria dell’amico, con ospiti illustri dalla vecchia guardia (Nas, Black Thought, Common, Q-Tip, DJ Premier, Pete Rock, Bilal ecc.), un narratore d’eccezione (Giancarlo Esposito, pupillo del primo Spike Lee e iconico villain di Breaking Bad) e una ventata di reminiscenze old school che non rischiano mai di suonare stantie. I De La si chiudono in una bolla tra le nuvole, un po’ per riavvicinarsi all’amico scomparso, un po’ perché spiritualità e trascendenza sembrano essere i nuovi ingredienti della loro estetica.
Aumentano e si ramificano gli omaggi di ogni genere: il gospel rap inebriante e polifonico di Believe (In Him) o la distensiva Palm Of His Hands — un po’ Gang Starr per flow e cadenze — mettono l’accento su una religione che si fa catarsi e culla rassicurante; YUHDONTSTOP e The Package sono gli immancabili (e un po’ telefonati) autoelogi di immortalità ed esperienza nel rap game; A Quick 16 for Mama, con un intricato e trascinante Killer Mike, è invece una celebrazione della figura materna come pilastro su cui appoggiarsi.
In questo fil rouge che celebra contemporaneamente l’io, la collettività e l’afterlife, non mancano rasserenanti apologie della quotidianità più spensierata (Day In The Sun, con la sua grande impalcatura melodica) e umoristiche vignette sentimentali (Just How It Is (Sometimes), che rimarca un altro aspetto fondamentale della poetica De La, lo skit), fino ad arrivare alla trascendenza come elemento chiave per rinascere e ricongiungersi in un mondo altro: Different World esprime il messaggio in un’atmosfera Little Brother, Cabin In The Sky lo rende un efficace mantra, nel suo celestiale flusso di coscienza tutto NY style (“Yeah, understand that my tears can’t stop me from seeing those cabins in the sky, we’re waiting to get a view of all the faces we loved that slipped away”).
Nel mezzo i De La si concedono anche qualche sprazzo più conscious (vedi la disamina sul rapporto mercato-cultura nera messa in rima da Nas in Run It Back, o lo storytelling sofisticato e metafisico di The Silent Life Of A Truth, fino ad arrivare a Yours, sequel ufficioso di un classico di Slick Rick che ripercorre la vita giovanile e le sue aspirazioni).
Poco da dire: rime e flow sono quelli di un tempo, grazie a un Posdnous che non sembra minimamente arrugginito e a una schiera di ospiti d’élite del rap game, ieri, oggi e per sempre. Sul piano produttivo, lo spettro old school è più vivo che mai: una miscela senza soluzione di continuità — tra skit e rapide transizioni — di boom bap che è ora disco, ora funky, ora R&B, ora gospel, ma sempre frizzante, incline al crossover e alla melodia più rotonda.
I De La Soul incarnano alla perfezione il processo revivalista di Mass Appeal, firmando l’album più convincente dell’intero lotto. Il tutto mentre omaggiano un caro amico e un rapper sopraffino, autoironico, bizzarro, brillante. Un grande artista di un grande gruppo, che oggi — in qualche modo — è tornato. Legend has it.
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