Recensioni

Tornano sempre, anche se li si dà per dispersi. Perché certi gruppi e certe musiche sono come l’erba cattiva, quella che proverbialmente non muore mai. E noi che dubitiamo che l’erba possa essere cattiva, li accogliamo sempre a braccia aperte, anche se sono passati 6 anni dall’ultima volta che li abbiamo ascoltati. Una eternità per le tempistiche odierne lo iato che divide questo Shadow Of A Rose dall’ottimo Evil Moods. Eppure, visto che l’erba cattiva, sempre proverbialmente, perde il pelo ma non il vizio (o forse era il lupo che non moriva mai? ok, basta con le frasi fatte e i proverbi da ora in poi), questo nuovo disco edito per la francese Teenage Menopause fondamentalmente svolge una doppia funzione: cancella in un attimo quegli anni di silenzio, ci ributta addosso la miscela incendiaria di punk-blues con cui li abbiamo sempre conosciuti e, al tempo stesso, ci scaraventa, a nostra volta, in mezzo alla mischia sudata, condivisa, ammucchiata dei loro accesi live. E solo il dio del punk-blues sa quanto ci manchino quelle ammucchiate, quei contatti, quel sudore copiosamente condiviso alla faccia di virus e pandemie.
Shadow Of A Rose, definito dalla label come il «missing link between the previous albums A Poison Tree and Son Of The Dust», è il solito concentrato di canzoni crude e straight in your face (l’opener Shadow Of A Rose o una She Came Alone che ci immaginiamo trascinante in sede live, con quel crescendo che sa di blues del sud) inframmezzate da ballad più o meno oscure e notturne (su tutte la lunga Woman Undone), sempre intrise di un forte taglio drammatico e narrativo. Non è casuale che sempre l’etichetta suggerisca come referenti ideali scrittori come William Faulkner e Hubert Selby Jr, vale a dire quel senso amaro delle reminiscenze del southern gothic americano unito alla dimensione più laceratamente metropolitana e depravata. Ecco, unite i referenti musicali, veri e propri padrini della formazione, quali Birthday Party/Bad Seeds degli esordi e Gun Club e avrete un quadrilatero maledetto e affascinante la cui colonna sonora è interamente in questi solchi.
Insomma, per farla breve i Movie Star Junkies sono un gruppo come se ne ha pochi e non solo in Italia, ed è veramente un piacere starsene all’ombra di una rosa in cui ogni petalo è una goduria che riappacifica col rock nel senso di urgenza, eleganza, visceralità, lirismo e quant’altro. Highlights personali, l’ossessività dal taglio dark di Opium e la tensione in perenne crescendo di She Came Around, ma ce n’è veramente per tutti i gusti.
Amazon
